- Questa particolarità evolutiva era sufficiente, da sola, a far rientrare Emerald nella legislazione protezionistica della Confederazione. Potete bene immaginare come non sia una singola forma di vita, ma il complesso della vita su questo pianeta, ad imporre un vincolo assoluto di preservazione. Nessun essere umano e, in realtà, nessuna forma di vita animale, avrebbe dovuto essere importata, col rischio di compromettere un simile equilibrio. Anche le spedizioni scientifiche avrebbero dovuto seguire rigidi protocolli, per evitare contaminazioni.
- Figuriamoci impiantare delle miniere – commentò Arhtur.
- Già – confermò Jhob – Ma contemporaneamente, dall’altra parte, nel Pool, Emerald si era rivelata, ai ricercatori della Mines & Stars, una vera e propria cassaforte di metalli pesanti. Come abbiamo visto, la Compagnia non sarà disposta a rinunciare ad un simile affare, per tutelare quello che considera, né più e né meno, un scherzo della natura.
- Abbiamo le prove e il movente – disse Ingrid – E’ quanto ci basta.
- C’è dell’altro – le rispose Jhob.
- Ci dica, professor Christiansen – lo esortò il signor Ciang.
- Cos’è successo, sulla Terra, cinquecento milioni di anni fa? Quando le uniche forme di vita viventi appartenevano ai protisti? – chiese Jhob.
Lo guardarono senza rispondere.
- C’erano solo organismi unicellulari, che cominciavano ad avere un nucleo ben distinto e che si riproducevano per mitosi. Si dividevano, insomma.
Continuavano a guardarlo senza parlare.
- Alcuni di questi organismi, lunghi solo due o tre micron, svilupparono flagelli, ciglia e pseudopiedi per muoversi. Svilupparono degli organi elementari per la digestione, per la respirazione, per espellere i rifiuti. Alcuni svilupparono una sorta di scheletro interno, mentre altri una specie di corazza esterna. Perché lo fecero? Perché non erano in grado di vivere sintetizzando, da quelle inorganiche, le sostanze organiche che servivano loro. Per sopravvivere, avevano bisogno di metabolizzare altre sostanze organiche. Per sopravvivere, avevano bisogno di togliere la vita ad altri esseri viventi. Per questo avevano bisogno di muoversi. Per questo avevano bisogno di rafforzarsi, di specializzarsi, di divenire sempre più forti. Era nata la predazione. Era nato il parassitismo. Erano nati i primi protozoi. Erano nati gli animali.
- Lei dimentica, professore, che è stata questa necessità – osservò il signor Ciang – a fare si che si imponesse l’evoluzione, che ha portato sino all’uomo. Un’evoluzione che ci ha portato fino alle stelle.
- Certo, non lo dimentico affatto, signor Ciang. Anche se non mi sento di ammettere che Emerald City e gli insediamenti della Compagnia, possano essere considerati un’evoluzione positiva. Forse è vincente, nei termini della sopravvivenza del più forte, in un sistema basato sulla predazione. Ma Emerald è qui ad insegnarci che è possibile qualcosa di diverso. Forse più lento, forse meno appariscente. Ma sicuramente più dolce.
- Sarà anche possibile, professore – insistette il signor Ciang - finché questa evoluzione … dolce, come dice lei, non ha avuto concorrenza. Ma nel confronto con la nostra … aggressività, temo, non abbia scampo e nessuna possibilità.
- Lei crede, signor Ciang? Pensa che la Mines & Stars stia vincendo su Emerald?
L’omino lo guardò interdetto.
- Anche se Emerald non usa le nostre armi – continuò Jhob – non usa raggi letali, non usa il fuoco, non usa altri strumenti di distruzione. Anche se sembra subire passivamente l’aggressione e la brutalità, non è passivo. Ditemi. Dopo venticinque anni di occupazione, che ne è della colonizzazione di Emerald?
- Ci sono venti insediamenti produttivi – rispose il signor Ciang – trentotto fattorie …
- Brufoli, signor Ciang - l’interruppe Jhob – punti neri sulla schiena di un gigante. La tanto decantata potenza della nostra evoluzione, al massimo, ha causato ad Emerald una fastidiosa malattia della pelle. Curabile con un po’ di tempo e pazienza e ai raggi di Uraneo. Eppure Emerald è un pianeta ideale per la colonizzazione umana. Non ha bisogno di nessun intervento di terraforming. Gli uomini possono viverci così come è. E allora, le ripeto, cosa ne è della colonizzazione?
- Le priorità della Mines & Stars sono state, ovviamente, altre – rispose il signor Ciang – La Compagnia si è garantita la copertura dei costi e un adeguato ritorno economico. Per l’antropizzazione del pianeta … Vede, professore, qualche termine posso introdurlo anche io. Per l’antropizzazione, le dicevo, ci sarà tempo in un secondo momento.
- I rinvii sono una pratica rischiosa, quando si parla di evoluzione, signor Ciang. Anche la scelta delle priorità ne è un elemento. In un’evoluzione competitiva, fondata sulla soppressione dell’inadatto, dell’inetto, sbagliare la scelta dell’obiettivo può essere fatale. Un esempio banale. Noi possiamo mangiare fino a farci scoppiare la pancia, senza preoccuparci di cosa avverrà dopo. Questo può farci credere di essere vincenti, perché ci siamo garantiti la sopravvivenza immediata. Ma se prima, quando ne avevamo la possibilità, non ci siamo dati la priorità più importante, che è quella di garantirci di avere cibo anche in seguito, quella nostra scelta può essere fatale. Può farci incamminare, beati e satolli, nel vicolo cieco dell’estinzione.
- Teoria, professor Christiansen – rispose sorridendo il signor Ciang – In via del tutto teorica lei ha sicuramente ragione. Ma nel caso concreto, non credo che su Emerald ci si trovi in una simile situazione.
- Teoria, signor Ciang, è vero, è solo teoria. Ma qualche elemento di riflessione posso ancora introdurlo.
- Vada avanti.
- Penso che sia estremamente facile cadere in un errore, quando si pensa al confronto tra le due linee evolutive, che si fronteggiano in questo momento su Emerald.
- Sarebbe?
- Sarebbe pensare a questo confronto come ad uno scontro. La lotta non è nella natura di Emerald. Non ne conosce le forme, i rituali, gli strumenti. Non sa essere né predatore, né preda. C’è una sola forma di rapporto che conosce. La simbiosi. La simbiosi mutualistica, che non conosce vantaggi, se non reciproci. Ed è con questo che Emerald risponde alla nostra aggressione. Se da una parte ripara, con instancabile ostinazione, le ferite che apriamo nel suo corpo. Dall’altra ci offre un rapporto simbiotico.
- Di cosa parli? – chiese Arthur.
- Vedete. Nelle catalogazioni del Chronos, ci sono gli studi di trecentosettantotto piante arboricole. Sono descritti centinaia di alberi di dimensioni, forme, fogliame, e quanto altro diversi. In nessun caso, badate bene, in nessuna, tra quelle centinaia di descrizioni, si fa riferimento ad un albero da frutta. Non vi è nessuna descrizione di un qualsiasi frutto commestibile.
- Come è possibile? – chiese Ingrid – Anche in questa caverna ce ne sono. Li abbiamo mangiati anche noi!
- Certo. Su Emerald c’è una grande varietà di frutti, nel complesso, ricchi di tutte le sostanze necessarie al nostro metabolismo. Peraltro, non ci sono, sulla terra, frutti con quelle stesse caratteristiche.
- Cosa significa questo? – chiese Arthur
- Semplicemente che nel quarantasette, quando il Chronos atterrò per la prima volta sul pianeta, non esistevano.
Lo guardarono interdetti.
- Non esistevano. Non c’erano e non c’erano mai stati.
- Vuoi dire che si sono prodotti, spontaneamente, dopo di allora? – azzardò, incredulo Arthur.
- Voglio dire che Emerald li ha prodotti.
- Parli come se questo fosse il frutto di una volontà cosciente.
- Pensi, che possa essere il frutto di un caso, l’improvvisa fioritura di tutto un genere di piante, i cui frutti sono in grado di fornire agli uomini, a esseri nati su un altro pianeta, il loro intero fabbisogno alimentare?
- Ma questa è una follia! – esclamò Arthur.
- Follia? Vi ho portato fuori. Vi ho fatto vedere il luogo dove sono i miei genitori e il resto dell’equipaggio del Chronos. Arthur, mi hai chiesto se lì, fossero sepolti i miei genitori ed io ti ho risposto di no. Ti ho risposto che erano i miei genitori.
Arthur assentì col capo.
- Hai visto quegli alberi?
Arthur fece ancora segno di si.
- Che cosa ti ricordano?
- I cipressi della Terra.
- Non sembrano, non ricordano. Sono cipressi della Terra
Arthur ebbe un gesto di rifiuto incredulo.
- Li ho analizzati, confrontati con gli archivi e i banchi di memoria del Chronos. Se non sono cipressi della Terra, ci assomigliano in maniera così totale, da renderli indistinguibili.
- Come è possibile? – mormorò Arthur.
- C’è una sola spiegazione possibile – disse Jhob – Emerald è un’entità cosciente, consapevole. Emerald è vivo.
Erano balzati in piedi in un groviglio di esclamazioni e di proteste.
Jhob sollevò entrambe le mani e le agitò imperiosamente, invitandoli al silenzio.
- Non sto parlando della vita come noi la concepiamo. Né di una coscienza simile alla nostra. Cercate di capirmi.
Si sedettero.
- Mi sono convinto, che la particolarità dell’evoluzione su questo pianeta, sia stata caratterizzata da una speciale forma di relazione, che si è evoluta tra tutti i singoli organismi viventi. L’assenza della predazione, con l’assenza della necessità di difendersi e di diffidare dell’altro, ha favorito la nascita di relazioni simpatiche tra i singoli individui. Relazioni, in cui, la trasmissione delle sensazioni elementari … Che ne so. Dell’umido. Del caldo. Del secco. Del freddo. La trasmissione di queste sensazioni, dicevo, nel comune e reciproco interesse, assumeva una particolare importanza e rilevanza. Queste relazioni, con l’andare del tempo, si sono a loro volta evolute. Sino a mettere in relazione ogni organismo vivente con tutti gli altri. E si sono articolate, in forme sempre più complesse di … linguaggio. Io credo che, in una forma completamente diversa dalla nostra, Emerald abbia coscienza di sé e tenti di entrare in relazione con noi. Certo, attraverso un linguaggio abissalmente lontano dal nostro. E’ così che i frutti rappresentano un’offerta di simbiosi. Un’offerta complessa, come è complesso il fabbisogno alimentare del nostro metabolismo. Un’offerta che dimostra un’alta capacità di discriminazione. Ma è anche un’offerta di pace. L’unica condizione, l’unica relazione che Emerald possa concepire. E’ così, che quei cipressi nascono dalla decomposizione dei corpi di chi è morto in questa grotta. Nascono come rigenerazione della vita. In una forma quanto più in armonia con l’essenza stessa di quello che era stata. Cipressi, Arthur. E mio padre era uno studioso dell’orfismo.
Arthur assentì con il capo.
- Cipressi, non pioppi – mormorò.
- Il cipresso, il segnale per i giusti, della giusta via. Può essere un caso, Arthur?
- No.
- Cosa ti fa venire in mente tutto questo, Arthur. Cos’è, chi è Emerald?
- Cosa vuoi dire?
Arthur era riluttante.
- Fai uno sforzo di fantasia.
- … Zagreo?
- Oh, ci voleva tanto? Emerald è l’unico Zagreo, prima di essere dilaniato e sbranato dai Titani. Solo che i Titani non sono, come suggerisce il mito, personaggi … titanici. Sono protozoi, esseri microscopici, incapaci di vivere, se non attraverso la morte di altri esseri viventi. E noi ne siamo gli eredi. Di nuovo a confronto con l’unico Zagreo, di nuovo di fronte ad una scelta. O accettiamo la logica di quei Titani da cui siamo stati generati, o la rifiutiamo e accettiamo il patto che Emerald ci offre. O accettiamo le ragioni della Mines & Stars, o le rifiutiamo. Accettando quest’offerta di pace.
- La Società dei Naufraghi del Chronos?
- E’ una strada, un inizio.
- Ma perché tutti questi riferimenti misterici?
- L’uomo ha bisogno di qualcos’altro, oltre che della razionalità, Arthur.
- E per questo che ti sei messo a giocare al santone?
- I simboli sono elementi importanti. Quello di cui c’è bisogno su Emerald è di una rivoluzione paradigmatica. Un rovesciamento della scala dei valori. Credi che sarebbe stato possibile costringere decine e decine di migliaia di persone a vivere … No, scusa, a sopravvivere. In un inferno senza speranza come Emerald City? Sarebbe stato possibile, se quelle persone non avessero interiorizzato il principio che sia giusto che il profitto, l’interesse economico, debbano prevalere su tutto? Anche sulle loro stesse vite? No. E’ possibile solo perché quelle persone si vedono come sfortunate. Come coloro che hanno pescato la pagliuzza sbagliata. Ma si vedono dentro un contesto inevitabile, dentro l’unico mondo possibile. Io non ho dato illusioni religiose. Io ho offerto simboli, presi a prestito dalla storia degli uomini. Simboli in grado di rappresentare quella che è la realtà, non una menzogna.
- Anche tuo padre la pensava come te.
- Già. Il Chonos aveva conclusioni molto vicine alle mie. Non avevano potuto sapere degli alberi da frutto e, ovviamente, dei cipressi. E, quindi, non avevano ipotizzato un forma, per quanto diversa, di coscienza. Ma avevano ipotizzato l’esistenza di un’intelligenza inconsapevole, in grado di regolare la vita sul pianeta. Mio padre aveva fatto il parallelo con il mito orfico e aveva giocato dando i nomi, nominando questi luoghi. E questo mi ha portato sino a qui.
domenica 2 dicembre 2007
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