Vorremmo conoscere la “fonte” che fa affermare al ministro Damiano che il 40% dei lavoratori dipendenti del settore privato sia finito nella cosiddetta previdenza integrativa, cioè i fondi pensione.
Vorremmo conoscerla perché il meccanismo perverso del silenzio/assenso messo in piedi dal suo predecessore e dal suo ministero è tale per cui occorrerà ben più di qualche giorno per far sì che i singoli datori di lavoro (anche quelli delle microimprese fino a tre dipendenti) - cioè gli unici che sappiano cosa hanno fatto o non fatto i rispettivi dipendenti - si attivino con gli atti conseguenti a queste scelte.
Vorremmo saperlo perché, a giudicare dalle giaculatorie e dalle lamentazioni di questi giorni di gestori, responsabili, esegeti, mentori e chierici dei fondi pensione (cioè di coloro che sanno quanti lavoratori si sono effettivamente iscritti in questi sei mesi) le cifre – quelle vere – dovrebbero essere ben diverse da quelle “sparate” dal ministro e molto lontane dal pur mediocre obiettivo (40%) che lo stesso Damiano si era dato con prudente preveggenza all’avvio della campagna.
Certo, in questi tempi in cui il significato delle parole e il peso dei fatti perdono costantemente di senso, il ministro ha giocato l’effetto “annuncio” contando sulla niente affatto peregrina ipotesi che nessuno si prenderà, domani, dati alla mano, la briga e la fatica di smentirlo.
Comunque, appare del tutto evidente come, pur nell’agiografica rappresentazione della realtà di Damiano, il dato che emergerebbe con forza avrebbe del clamoroso.
Il 60% dei lavoratori privati italiani, cioè sei lavoratori su dieci – fossero della grande impresa o unici dipendenti della bottega all’angolo – si sono informati, si sono procurati il modulo ministeriale, sono riusciti ad interpretarlo e hanno scelto – è il caso di ripeterlo – SCELTO di non voler sentire parlare di fondi pensione.
Al contrario, se fosse vera la quota che decanta Damiano, non sarebbe affatto esatto affermare che quei quattro lavoratori su dieci hanno deciso di aderire ai fondi.
Questo perché quella percentuale sarebbe drogata dall’imbroglio del silenzio/assenso.
Come lamentano gli stessi fondi è minima, irrisoria, la percentuale di lavoratori che hanno effettivamente “scelto” di aderire ai fondi. Nei fondi sono finiti anche i lavoratori che per ignoranza, confusione, cattiva informazione (cui ha contribuito in maniera vergognosa la “non-informazione” del ministero di Damiano) sono rimasti impigliati nella trappola del silenzio/assenso.
E in realtà – a differenza di quel che avviene normalmente nelle adesioni ai fondi – in larga misura questi sono i lavoratori più deboli, con rapporti di lavoro meno solidi, con i redditi più bassi.
Cioè proprio coloro che della liquidazione non possono proprio fare a meno per campare tra un lavoro e l’altro.
Quello che avrebbe realizzato la truffa del silenzio/assenso – cioè quello per cui dichiara la propria soddisfazione il ministro Damiano – sarebbe un mercato dei fondi pensione “pompato” con gli estrogeni dell’imbroglio, che mina il benessere del corpo sociale costituendo le condizioni di nuove, virulente, sofferenze sociali.
Certamente la prima cosa da fare sarà pretendere la “liberazione” di questi lavoratori, intrappolati nei FPF (Fondi Pensione Forzati).
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mercoledì 28 novembre 2007
Cosa bolle nella pentola delle pensioni
Occorre mettere mano alla spesa previdenziale troppo alta.
E’ inevitabile rivedere i parametri di calcolo della pensione pubblica (cioè ridurre ulteriormente le future pensioni calcolate con metodo contributivo).
Bisogna finanziare i fondi pensione con il TFR.
Queste sono tre cose che in questo momento ci vengono ripetute in maniera ossessiva e che, se comunque riferite alla questione previdenziale, non sembrano necessariamente connesse l’una all’altra.
Infatti.
Quella della spesa è questione che si riferisce all’eccessiva incidenza che le pensioni avrebbero – ora – per l’economia del Paese.
Quella dei parametri è il supposto, eccessivo costo che avranno le pensioni non prima di qualche decennio a venire.
Quella del TFR è presentata come la questione che riguarda il reddito dei pensionati del futuro, colpiti dal taglio della pensione pubblica.
Se un esame appena non “pigro” mostra l’inconsistenza delle argomentazioni che sostanziano le singole questioni – e sulle quali non mi soffermo, rimandando a quanto pubblicato sul sito www.perlapensionepubblica.it – quello che mi pare rilevante sottolineare è, invece, proprio l’intimo legame che lega l’insieme delle questioni.
Preliminarmente mi corre l’obbligo di precisare come la spesa previdenziale, al contrario di come ci viene presentata nulla “vulgata” mass mediatica, non è cosa che attenga ai conti pubblici ed al bilancio dello Stato.
L’INPS non è mai andata in rosso e se si eccettuano le “fiscalizzazioni” e cioè le “regalie” governative ai datori di lavoro, lo Stato non ha mai messo un centesimo per le pensioni.
In realtà quando si parla di riduzione della spesa previdenziale, si parla di riduzione del costo del lavoro per le imprese. Ovvero, di liberazione di risorse che, in teoria, dovrebbero produrre nuovi investimenti e nuova occupazione, ma che nei fatti (vi ricorda niente la moderazione salariale?) produrrebbe aumento dei profitti e delle rendite.
Fatta questa necessaria precisazione, mettere accanto a questo richiamo al contenimento della spesa la questione del TFR nei fondi evidenzia una palese contraddizione.
I contributi, allo stato (evito le quote decimali) pesano per il 33% della retribuzione, con una quota del 23% (18% per le pensioni e 5% per gli altri istituti) a carico del datore di lavoro ed una del 10% a carico del lavoratore.
Con la trasformazione del TFR in un versamento previdenziale la spesa sale dal 33% al 40% ed oltre (se calcoliamo anche le quote aggiuntive nei fondi).
Come? il peso della spesa previdenziale è eccessivo e lo aumentiamo di oltre il 20%?!
La spiegazione è nella ripartizione della spesa.
In questo caso, mentre a carico del datore di lavoro la spesa al momento resta al 18%, la quota a carico del lavoratore sale al 17% ed oltre.
E’ a questo punto che entra in gioco la revisione dei coefficienti per il calcolo della pensione pubblica.
Se a parità di anni lavorati e di contributi versati si riduce l’assegno della pensione, si riduce il fabbisogno necessario all’erogazione delle pensioni pubbliche correnti in quel momento.
Cioè occorreranno meno soldi, aprendo così la strada ad una riduzione del carico contributivo … indovinate per chi?
Nella sostanza si potrebbe arrivare ad una vera e propria inversione del carico contributivo tra datore di lavoro e lavoratore, realizzando un ulteriore effetto perverso delle cosiddette riforme previdenziali.
E’ inevitabile rivedere i parametri di calcolo della pensione pubblica (cioè ridurre ulteriormente le future pensioni calcolate con metodo contributivo).
Bisogna finanziare i fondi pensione con il TFR.
Queste sono tre cose che in questo momento ci vengono ripetute in maniera ossessiva e che, se comunque riferite alla questione previdenziale, non sembrano necessariamente connesse l’una all’altra.
Infatti.
Quella della spesa è questione che si riferisce all’eccessiva incidenza che le pensioni avrebbero – ora – per l’economia del Paese.
Quella dei parametri è il supposto, eccessivo costo che avranno le pensioni non prima di qualche decennio a venire.
Quella del TFR è presentata come la questione che riguarda il reddito dei pensionati del futuro, colpiti dal taglio della pensione pubblica.
Se un esame appena non “pigro” mostra l’inconsistenza delle argomentazioni che sostanziano le singole questioni – e sulle quali non mi soffermo, rimandando a quanto pubblicato sul sito www.perlapensionepubblica.it – quello che mi pare rilevante sottolineare è, invece, proprio l’intimo legame che lega l’insieme delle questioni.
Preliminarmente mi corre l’obbligo di precisare come la spesa previdenziale, al contrario di come ci viene presentata nulla “vulgata” mass mediatica, non è cosa che attenga ai conti pubblici ed al bilancio dello Stato.
L’INPS non è mai andata in rosso e se si eccettuano le “fiscalizzazioni” e cioè le “regalie” governative ai datori di lavoro, lo Stato non ha mai messo un centesimo per le pensioni.
In realtà quando si parla di riduzione della spesa previdenziale, si parla di riduzione del costo del lavoro per le imprese. Ovvero, di liberazione di risorse che, in teoria, dovrebbero produrre nuovi investimenti e nuova occupazione, ma che nei fatti (vi ricorda niente la moderazione salariale?) produrrebbe aumento dei profitti e delle rendite.
Fatta questa necessaria precisazione, mettere accanto a questo richiamo al contenimento della spesa la questione del TFR nei fondi evidenzia una palese contraddizione.
I contributi, allo stato (evito le quote decimali) pesano per il 33% della retribuzione, con una quota del 23% (18% per le pensioni e 5% per gli altri istituti) a carico del datore di lavoro ed una del 10% a carico del lavoratore.
Con la trasformazione del TFR in un versamento previdenziale la spesa sale dal 33% al 40% ed oltre (se calcoliamo anche le quote aggiuntive nei fondi).
Come? il peso della spesa previdenziale è eccessivo e lo aumentiamo di oltre il 20%?!
La spiegazione è nella ripartizione della spesa.
In questo caso, mentre a carico del datore di lavoro la spesa al momento resta al 18%, la quota a carico del lavoratore sale al 17% ed oltre.
E’ a questo punto che entra in gioco la revisione dei coefficienti per il calcolo della pensione pubblica.
Se a parità di anni lavorati e di contributi versati si riduce l’assegno della pensione, si riduce il fabbisogno necessario all’erogazione delle pensioni pubbliche correnti in quel momento.
Cioè occorreranno meno soldi, aprendo così la strada ad una riduzione del carico contributivo … indovinate per chi?
Nella sostanza si potrebbe arrivare ad una vera e propria inversione del carico contributivo tra datore di lavoro e lavoratore, realizzando un ulteriore effetto perverso delle cosiddette riforme previdenziali.
Nessuno dice che i fobndi comportano un rischio
(intervista pubblicata da La Stampa il 31 dicembre 2006)
Tre domande a Severo Lutrario
Per qualcuno i fondi pensione non solo non convengono, ma sono addirittura una fregatura. Ne è convinto Severo Lutrario, consigliere nazionale di Attac Italia, l’associazione che fa capo alla rete internazionale per la tassazione delle transazioni finanziarie e l’aiuto ai cittadini.
Perché diffidate i lavoratori dall’investire il TFR nei fondi pensione?
Si tratta di un investimento finanziario come un altro: all’aumento di rendimenti attesi corrisponde una proporzionale crescita del rischio di perdita del capitale, in particolare per quanto riguarda i fondi aperti.
Secondo lei i fondi pensione stanno dunque ingannando i lavoratori, promettendo rendimenti superiori al TFR e una pensione complementare?
Tendono a tacere la componente aleatoria che accompagna gli investimenti, perché le speranze non compensano i rischi di perdite. I gestori dei fondi sono sempre gli stessi, banche, assicurazioni: colossi rispetto ai quali i piccoli risparmiatori sono inermi. Non si tratta di previdenza ma di risparmio gestito: chiamare pensione una rendita con un certo grado di rischio è una bugia.
Eppure i fondi restano l’unica via per consentire ai futuri pensionati un reddito dignitoso, che la pensione obbligatoria non garantirà più.
Se fosse solo questo il problema basterebbe aumentare di due punti la rivalutazione del TFR. I pensionati avrebbero un reddito maggiore e lo Stato non dovrebbe accollarsi i costi di compensazione per le aziende che lo perderanno e che potrebbero arrivare a sei miliardi di euro.
Tre domande a Severo Lutrario
Per qualcuno i fondi pensione non solo non convengono, ma sono addirittura una fregatura. Ne è convinto Severo Lutrario, consigliere nazionale di Attac Italia, l’associazione che fa capo alla rete internazionale per la tassazione delle transazioni finanziarie e l’aiuto ai cittadini.
Perché diffidate i lavoratori dall’investire il TFR nei fondi pensione?
Si tratta di un investimento finanziario come un altro: all’aumento di rendimenti attesi corrisponde una proporzionale crescita del rischio di perdita del capitale, in particolare per quanto riguarda i fondi aperti.
Secondo lei i fondi pensione stanno dunque ingannando i lavoratori, promettendo rendimenti superiori al TFR e una pensione complementare?
Tendono a tacere la componente aleatoria che accompagna gli investimenti, perché le speranze non compensano i rischi di perdite. I gestori dei fondi sono sempre gli stessi, banche, assicurazioni: colossi rispetto ai quali i piccoli risparmiatori sono inermi. Non si tratta di previdenza ma di risparmio gestito: chiamare pensione una rendita con un certo grado di rischio è una bugia.
Eppure i fondi restano l’unica via per consentire ai futuri pensionati un reddito dignitoso, che la pensione obbligatoria non garantirà più.
Se fosse solo questo il problema basterebbe aumentare di due punti la rivalutazione del TFR. I pensionati avrebbero un reddito maggiore e lo Stato non dovrebbe accollarsi i costi di compensazione per le aziende che lo perderanno e che potrebbero arrivare a sei miliardi di euro.
sulla piattaforma del comitato per la pensione pubblica
Le riforme pensionistiche degli ultimi quindici anni hanno avuto come obiettivo la riduzione delle pensioni pubbliche e l'inasprimento dei requisiti necessari per accedervi.
I risultati sono una pensione pubblica insufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso a chi abbandona la vita lavorativa e, per i precari, la negazione di fatto di una qualsiasi reale prospettiva pensionistica.
L’alternativa che nelle cosiddette riforme viene delineata si fonda sul trasferimento ai mercati finanziari, principalmente con il conferimento del TFR ai fondi pensione, di parte del salario dei lavoratori.
Questo disegno, che affida l'aspettativa di una pensione adeguata alla volatilità dei mercati finanziari, non offre alcuna certezza sull'entità della rendita futura, mentre si inserisce in un più generale processo di attacco al salario - diretto, indiretto e differito - dei lavoratori e di smantellamento e privatizzazione dello stato sociale.
Infatti, l'obiettivo di queste cosiddette riforme è quello di operare una redistribuzione sociale di risorse dal salario ai profitti ed alla rendite – che si presentano fortemente intrecciati - risollevando i margini di profitto in una fase economica che si caratterizza per il permanere di un'onda lunga recessiva.
E’ in questa logica che si inscrive il rafforzamento del ruolo dei fondi pensione che, operando una pressione costante per l'aumento dei rendimenti e quindi dei profitti, spingono ad un costante aumento della pressione sui lavoratori e sull'ambiente, ad una deregolamentazione delle normative ambientali, lavorative e sociali, a sempre maggiori politiche di "rigore" economico e quindi a sempre maggiori privatizzazioni e tagli allo stato sociale.
L'ultimo tassello in questo processo è l'utilizzo del meccanismo truffaldino del silenzio assenso per far confluire il TFR nei fondi pensione.
Contro la politica dei redditi e lo smantellamento dello stato sociale, per denunciare quali siano le vere motivazioni delle controriforme pensionistiche e prospettare l’alternativa possibile che possa consentire ai futuri pensionati una vita dignitosa, un primo passo è necessario e indispensabile.
I lavoratori devono esprimere il loro sonoro dissenso al trasferimento del loro TFR nei fondi pensione.
Ma allo stesso tempo diviene necessario contrastare le nuove e rinnovate aggressioni al sistema previdenziale pubblico, preannunciate per i prossimo mesi, senza che hai lavoratori venga assicurato l’irrinunciabile diritto di pronunciarsi democraticamente sulle questioni che li riguardano direttamente.
Questa piattaforma ha un obiettivo dichiarato.
Quello di affermare concretamente la necessità di ripristinare un sistema previdenziale fondato su una previdenza pubblica, finanziata col metodo della ripartizione ed erogante pensioni annue calcolate secondo il sistema retributivo già utilizzato prima dell’entrata in vigore della legge 8 agosto 1995, n. 335 – la cosiddetta riforma Dini - ed ancora applicato per interno a coloro che al 31 dicembre del 1995 potevano vantare almeno diciotto anni di contribuzione.
Intendiamo affermare con forza che, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto da almeno tre lustri, sino a farlo penetrare nel senso comune delle persone, l’adozione del metodo di calcolo “contributivo” (che a regime, ovvero per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano meno di otto anni di contributi, comporterà, a parità di contributi e di anni lavorativi, una decurtazione della prima pensione del 40-50 per cento), non trova alcuna reale giustificazione.
Nel merito, le stesse previsioni assunte a giustificazione del riassetto del sistema previdenziale operato con la Dini, spostavano avanti nel tempo, in termini di decine di anni, l’ipotesi di un possibile dissesto – peraltro temporaneo e relativo a solo pochi anni consecutivi intorno al 2036 - dei conti previdenziali.
Se la distanza nel tempo e la limitata durata dello squilibrio diagnosticato avrebbero comunque lascito ampio margine per la predisposizione di specifici e limitati interventi congiunturali che non travolgessero e snaturassero il sistema previdenziale pubblico (come ad esempio è stato fatto in Francia, dove in previsione della “gobba”, è stata salvaguardata la pensione pubblica a ripartizione con la creazione di un apposito Fondo di riserva: il FRR), le previsioni assunte a base della riforma erano inficiate quantomeno da tre elementi.
In primo luogo il peso della previdenza sui conti pubblici era ed è “truccato”.
Truccato perché, mentre in buona parte dei paesi europei le pensioni non sono tassate, in Italia la spesa pensionistica è gonfiata calcolandola al lordo delle tasse. Ovvero vengono conteggiati soldi che i pensionati non vedono e che le casse dello Stato passano da un cassetto all’altro, con una semplice partita di giro.
Truccato perché alla spesa previdenziale, viene sommata la spesa assistenziale.
In Italia viviamo un’assurda contraddizione. La solidarietà sociale, che per logica e giustizia dovrebbe coinvolgere tutta la popolazione e che, quindi, dovrebbe essere finanziata dalla fiscalità generale, è finanziata dai soli lavoratori attraverso l’INPS.
In secondo luogo nel computo dei possibili, futuri contributi versati, si sono attenuti al semplice rapporto tra l’innalzamento delle speranze di vita e la contrazione delle nascite (il mito delle cosiddette culle vuote) senza tenere in alcun conto le reali dinamiche sociali.
Ad esempio non si è tenuto conto della contribuzione relativa ai lavoratori migranti operanti nel nostro Paese e della cui crescente necessità si fa interprete lo stesso mondo imprenditoriale.
Non si è tenuto conto della disoccupazione reale, ben più alta di quella raccontata dai dati ufficiali, calcolati sulla base di parametri addomesticati. Disoccupazione che dimostra quanto distante sia il nostro sistema economico dalla saturazione delle proprie capacità produttive.
Nella sostanza, ogni possibile calcolo fondato sul rapporto natalità/speranze di vita era ed è destituito da ogni fondamento, così come ogni ipotesi di riduzione o stagnazione della base imponibile contributiva fondata su detto rapporto.
In terzo luogo, valutare la sostenibilità di un sistema previdenziale sulle base delle previsioni di bilancio a lungo termine è improprio.
Il fattore determinante da prendere in considerazione è l’incremento di produttività del sistema paese, cioè l’incremento della capacità di produrre ricchezza, della capacità di soddisfare le necessità ed i bisogni dei pensionati del futuro a prescindere dal loro numero e dal rapporto tra il loro numero ed il numero degli occupati.
Se, infatti, oggi un solo lavoratore è in grado di produrre la stessa quantità di beni che quaranta anni fa producevano 20 lavoratori, ciò non significa che questo lavoratore lavori di più. Significa che produce di più soddisfacendo, lui solo, necessità che un tempo richiedevano il lavoro di venti persone.
Chi è in grado, oggi, di prevedere con un minimo di onestà intellettuale, quali saranno le capacità produttive del nostro paese tra trenta anni?
Nessuno.
Ripristinare pertanto un sistema previdenziale pubblico, finanziato col metodo della ripartizione ed erogante pensioni annue calcolate secondo il sistema retributivo e rivalutate sulla base delle dinamiche salariali è possibile, doveroso e necessario.
Possibile perché non sussistono reali ragioni che ostino alla sua adozione.
Doveroso perché altrimenti l’introduzione del sistema di calcolo contributivo operata dalla Legge Dini, si concretizzerà, al momento della sua applicazione, con una decurtazione della pensione tale da rendere la stessa inadeguata e insufficiente e nella sostanza assimilabile ad una sorta di sussidio di povertà per l’anziano.
Necessario perché il sistema di finanziamento a ripartizione, proprio della pensione pubblica è l’unico in grado di mettere al riparo il pensionato da ogni possibile rischio cui, al contrario, sono soggetti i capitali accumulati con il sistema della capitalizzazione, proprio delle forme pensionistiche complementari.
Un altro obiettivo qualificante della piattaforma è la questione della precarietà.
La precarietà e la discontinuità del lavoro, il quadro normativo, le condizioni oggettive e soggettive in cui un numero sempre maggiore di lavoratori è costretto a prestare la propria opera lavorativa sono tali da disattendere nella sostanza il dettato della Costituzione Repubblicana che, all’articolo 38, impone allo Stato di garantire ai lavoratori “mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in casi di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
La situazione è a questo proposito di tale gravità che gli stessi interessati hanno come interiorizzato la perdita di questo diritto costituzionale.
Perdurando l’attuale quadro normativo, ed in totale contrasto con quanto sostenuto al momento dell’approvazione delle varie leggi di riforma del sistema previdenziale, i lavoratori atipici e discontinui non saranno di fatto in grado, nella stragrande maggioranza dei casi, di precostituirsi una posizione previdenziale diversa dalla pensione sociale.
Con questa piattaforma ci prefiggiamo di introduce un sistema di contribuzione figurativa a copertura dei periodi involontari di non lavoro, finanziato attraverso una contribuzione aggiuntiva a carico dei datori di lavoro o committenti che usufruiscono di forme atipiche e discontinue di lavoro, diverse dal lavoro subordinato a tempo indeterminato, assunto come forma tipica e preminente di contratto di lavoro. La contribuzione aggiuntiva, nella sostanza, dovrebbe ridurre anche i vantaggi incentivanti il ricorso alle forme atipiche e discontinue di lavoro, puntando di fatto a calmierare il ricorso a dette forme di sfruttamento.
Ancora con la piattaforma ci prefiggiamo di modificare le modalità di incremento annuo ed il regime fiscale del Trattamento di Fine Rapporto.
Le mutate caratteristiche del mondo del lavoro e il crescente spezzettamento della vita lavorativa di ogni lavoratore in un sempre più crescente numero di episodi lavorativi, fanno sì che cresca la necessità di un sostegno al reddito del lavoratore stesso nei periodi di non lavoro. In questo senso negli ultimi anni è cresciuto il ruolo di ammortizzatore sociale svolto dal Trattamento di Fine Rapporto, cosa che, tra l’altro, rende quantomeno improvvida l’ipotesi che vuole il conferimento dello stesso nelle forme di previdenza integrativa.
Ma c’è molto di più.
Sia il Trattamento di Fine Rapporto e sia i contributi versati alle forme pensionistiche complementari sono forme di risparmio dei lavoratori ed hanno natura di retribuzione differita.
Entrambe queste forme di risparmio producono un montante erogabile in forma di capitale o in forma di rendita.
La differenza tra le due forme di risparmio è che il Trattamento di Fine Rapporto ha una rivalutazione annua predefinita per legge, è garantito dall’apposito fondo istituito presso l’INPS ed è impiegato quale fonte di autofinanziamento dall’impresa.
Le forme pensionistiche complementari hanno rivalutazioni del montante aleatorie, determinate dall’andamento dei mercati finanziari e dalle scelte operate dai gestori finanziari, non danno garanzie di restituzione del capitale versato e vengono impiegate sui mercati finanziari di tutto il mondo venendo sottratte al sistema delle imprese del Paese.
Esaminando l’andamento dei rendimenti delle forme pensionistiche complementari dal 1999 ad oggi emerge come quantomeno non siano certe o anche solo probabili previsioni di loro rendimenti superiori a quello assicurato dal Trattamento di Fine Rapporto.
Ai fini previdenziali -0 se quanto affermiamo è vero, e non riteniamo possa venire contestato, una disparità di regime fiscale tra le due forme di risparmio a favore delle forme pensionistiche complementari è assolutamente ingiustificata.
La piattaforma si prefigge allora di ottenere, a favore del Trattamento di Fine Rapporto, il medesimo regime fiscale previsto a favore delle forme pensionistiche complementari.
In merito appare inoltre evidente come, anche volendo attribuire al TFR una funzione residuale di risparmio a fini previdenziali, il suo mantenimento in luogo del conferimento nei fondi si traduce nel permanere in azienda del capitale, cosa che risolve all’origine il problema delle compensazioni a favore delle imprese per la perdita di questa determinante fonte di finanziamento e il conseguente problema legato all’accesso al credito delle aziende in difficoltà.
La rivendicazione della modifica delle modalità di incremento annuo del montante del Trattamento di Fine Rapporto assolve poi a due funzioni precipue.
Assicurando rendimenti certi e consistenti, assolutamente non ottenibili con le forme di previdenza integrativa, da una parte consente di poter precostituire un reale sostegno al reddito del pensionato, mentre dall’altra incrementa l’efficacia dello stesso Trattamento di Fine Rapporto nella sua funzione di ammortizzatore sociale in caso di perdita del lavoro.
Il costo di questa semplice proposta è in realtà di modesta entità e si può tradurre nella deducibilità fiscale a favore delle imprese sulle somme accantonate annualmente di una percentuale pari a quella di incremento prevista della parte fissa del tasso di incremento annuo del Trattamento di Fine Rapporto.
Nella sostanza, mentre nella legge 252/2005, quella del silenzio/assenso, i costi relativi ad un’opzione per le forme di previdenza integrativa comportano, tra compensazioni alle imprese e garanzie per l’accesso al credito per le stesse imprese – ove tutti i lavoratori dovessero optare per il conferimento del loro Trattamento di Fine Rapporto in un fondo pensione – un costo superiore ai 5 miliardi di euro all’anno, con la nostra proposta, ove tutti i lavoratori dovessero optare per mantenere il proprio Trattamento di Fine Rapporto, i costi si ridurrebbero a qualche centinaio di milioni di euro all’anno, pur in presenza di una più efficace tutela previdenziale.
I risultati sono una pensione pubblica insufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso a chi abbandona la vita lavorativa e, per i precari, la negazione di fatto di una qualsiasi reale prospettiva pensionistica.
L’alternativa che nelle cosiddette riforme viene delineata si fonda sul trasferimento ai mercati finanziari, principalmente con il conferimento del TFR ai fondi pensione, di parte del salario dei lavoratori.
Questo disegno, che affida l'aspettativa di una pensione adeguata alla volatilità dei mercati finanziari, non offre alcuna certezza sull'entità della rendita futura, mentre si inserisce in un più generale processo di attacco al salario - diretto, indiretto e differito - dei lavoratori e di smantellamento e privatizzazione dello stato sociale.
Infatti, l'obiettivo di queste cosiddette riforme è quello di operare una redistribuzione sociale di risorse dal salario ai profitti ed alla rendite – che si presentano fortemente intrecciati - risollevando i margini di profitto in una fase economica che si caratterizza per il permanere di un'onda lunga recessiva.
E’ in questa logica che si inscrive il rafforzamento del ruolo dei fondi pensione che, operando una pressione costante per l'aumento dei rendimenti e quindi dei profitti, spingono ad un costante aumento della pressione sui lavoratori e sull'ambiente, ad una deregolamentazione delle normative ambientali, lavorative e sociali, a sempre maggiori politiche di "rigore" economico e quindi a sempre maggiori privatizzazioni e tagli allo stato sociale.
L'ultimo tassello in questo processo è l'utilizzo del meccanismo truffaldino del silenzio assenso per far confluire il TFR nei fondi pensione.
Contro la politica dei redditi e lo smantellamento dello stato sociale, per denunciare quali siano le vere motivazioni delle controriforme pensionistiche e prospettare l’alternativa possibile che possa consentire ai futuri pensionati una vita dignitosa, un primo passo è necessario e indispensabile.
I lavoratori devono esprimere il loro sonoro dissenso al trasferimento del loro TFR nei fondi pensione.
Ma allo stesso tempo diviene necessario contrastare le nuove e rinnovate aggressioni al sistema previdenziale pubblico, preannunciate per i prossimo mesi, senza che hai lavoratori venga assicurato l’irrinunciabile diritto di pronunciarsi democraticamente sulle questioni che li riguardano direttamente.
Questa piattaforma ha un obiettivo dichiarato.
Quello di affermare concretamente la necessità di ripristinare un sistema previdenziale fondato su una previdenza pubblica, finanziata col metodo della ripartizione ed erogante pensioni annue calcolate secondo il sistema retributivo già utilizzato prima dell’entrata in vigore della legge 8 agosto 1995, n. 335 – la cosiddetta riforma Dini - ed ancora applicato per interno a coloro che al 31 dicembre del 1995 potevano vantare almeno diciotto anni di contribuzione.
Intendiamo affermare con forza che, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto da almeno tre lustri, sino a farlo penetrare nel senso comune delle persone, l’adozione del metodo di calcolo “contributivo” (che a regime, ovvero per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano meno di otto anni di contributi, comporterà, a parità di contributi e di anni lavorativi, una decurtazione della prima pensione del 40-50 per cento), non trova alcuna reale giustificazione.
Nel merito, le stesse previsioni assunte a giustificazione del riassetto del sistema previdenziale operato con la Dini, spostavano avanti nel tempo, in termini di decine di anni, l’ipotesi di un possibile dissesto – peraltro temporaneo e relativo a solo pochi anni consecutivi intorno al 2036 - dei conti previdenziali.
Se la distanza nel tempo e la limitata durata dello squilibrio diagnosticato avrebbero comunque lascito ampio margine per la predisposizione di specifici e limitati interventi congiunturali che non travolgessero e snaturassero il sistema previdenziale pubblico (come ad esempio è stato fatto in Francia, dove in previsione della “gobba”, è stata salvaguardata la pensione pubblica a ripartizione con la creazione di un apposito Fondo di riserva: il FRR), le previsioni assunte a base della riforma erano inficiate quantomeno da tre elementi.
In primo luogo il peso della previdenza sui conti pubblici era ed è “truccato”.
Truccato perché, mentre in buona parte dei paesi europei le pensioni non sono tassate, in Italia la spesa pensionistica è gonfiata calcolandola al lordo delle tasse. Ovvero vengono conteggiati soldi che i pensionati non vedono e che le casse dello Stato passano da un cassetto all’altro, con una semplice partita di giro.
Truccato perché alla spesa previdenziale, viene sommata la spesa assistenziale.
In Italia viviamo un’assurda contraddizione. La solidarietà sociale, che per logica e giustizia dovrebbe coinvolgere tutta la popolazione e che, quindi, dovrebbe essere finanziata dalla fiscalità generale, è finanziata dai soli lavoratori attraverso l’INPS.
In secondo luogo nel computo dei possibili, futuri contributi versati, si sono attenuti al semplice rapporto tra l’innalzamento delle speranze di vita e la contrazione delle nascite (il mito delle cosiddette culle vuote) senza tenere in alcun conto le reali dinamiche sociali.
Ad esempio non si è tenuto conto della contribuzione relativa ai lavoratori migranti operanti nel nostro Paese e della cui crescente necessità si fa interprete lo stesso mondo imprenditoriale.
Non si è tenuto conto della disoccupazione reale, ben più alta di quella raccontata dai dati ufficiali, calcolati sulla base di parametri addomesticati. Disoccupazione che dimostra quanto distante sia il nostro sistema economico dalla saturazione delle proprie capacità produttive.
Nella sostanza, ogni possibile calcolo fondato sul rapporto natalità/speranze di vita era ed è destituito da ogni fondamento, così come ogni ipotesi di riduzione o stagnazione della base imponibile contributiva fondata su detto rapporto.
In terzo luogo, valutare la sostenibilità di un sistema previdenziale sulle base delle previsioni di bilancio a lungo termine è improprio.
Il fattore determinante da prendere in considerazione è l’incremento di produttività del sistema paese, cioè l’incremento della capacità di produrre ricchezza, della capacità di soddisfare le necessità ed i bisogni dei pensionati del futuro a prescindere dal loro numero e dal rapporto tra il loro numero ed il numero degli occupati.
Se, infatti, oggi un solo lavoratore è in grado di produrre la stessa quantità di beni che quaranta anni fa producevano 20 lavoratori, ciò non significa che questo lavoratore lavori di più. Significa che produce di più soddisfacendo, lui solo, necessità che un tempo richiedevano il lavoro di venti persone.
Chi è in grado, oggi, di prevedere con un minimo di onestà intellettuale, quali saranno le capacità produttive del nostro paese tra trenta anni?
Nessuno.
Ripristinare pertanto un sistema previdenziale pubblico, finanziato col metodo della ripartizione ed erogante pensioni annue calcolate secondo il sistema retributivo e rivalutate sulla base delle dinamiche salariali è possibile, doveroso e necessario.
Possibile perché non sussistono reali ragioni che ostino alla sua adozione.
Doveroso perché altrimenti l’introduzione del sistema di calcolo contributivo operata dalla Legge Dini, si concretizzerà, al momento della sua applicazione, con una decurtazione della pensione tale da rendere la stessa inadeguata e insufficiente e nella sostanza assimilabile ad una sorta di sussidio di povertà per l’anziano.
Necessario perché il sistema di finanziamento a ripartizione, proprio della pensione pubblica è l’unico in grado di mettere al riparo il pensionato da ogni possibile rischio cui, al contrario, sono soggetti i capitali accumulati con il sistema della capitalizzazione, proprio delle forme pensionistiche complementari.
Un altro obiettivo qualificante della piattaforma è la questione della precarietà.
La precarietà e la discontinuità del lavoro, il quadro normativo, le condizioni oggettive e soggettive in cui un numero sempre maggiore di lavoratori è costretto a prestare la propria opera lavorativa sono tali da disattendere nella sostanza il dettato della Costituzione Repubblicana che, all’articolo 38, impone allo Stato di garantire ai lavoratori “mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in casi di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
La situazione è a questo proposito di tale gravità che gli stessi interessati hanno come interiorizzato la perdita di questo diritto costituzionale.
Perdurando l’attuale quadro normativo, ed in totale contrasto con quanto sostenuto al momento dell’approvazione delle varie leggi di riforma del sistema previdenziale, i lavoratori atipici e discontinui non saranno di fatto in grado, nella stragrande maggioranza dei casi, di precostituirsi una posizione previdenziale diversa dalla pensione sociale.
Con questa piattaforma ci prefiggiamo di introduce un sistema di contribuzione figurativa a copertura dei periodi involontari di non lavoro, finanziato attraverso una contribuzione aggiuntiva a carico dei datori di lavoro o committenti che usufruiscono di forme atipiche e discontinue di lavoro, diverse dal lavoro subordinato a tempo indeterminato, assunto come forma tipica e preminente di contratto di lavoro. La contribuzione aggiuntiva, nella sostanza, dovrebbe ridurre anche i vantaggi incentivanti il ricorso alle forme atipiche e discontinue di lavoro, puntando di fatto a calmierare il ricorso a dette forme di sfruttamento.
Ancora con la piattaforma ci prefiggiamo di modificare le modalità di incremento annuo ed il regime fiscale del Trattamento di Fine Rapporto.
Le mutate caratteristiche del mondo del lavoro e il crescente spezzettamento della vita lavorativa di ogni lavoratore in un sempre più crescente numero di episodi lavorativi, fanno sì che cresca la necessità di un sostegno al reddito del lavoratore stesso nei periodi di non lavoro. In questo senso negli ultimi anni è cresciuto il ruolo di ammortizzatore sociale svolto dal Trattamento di Fine Rapporto, cosa che, tra l’altro, rende quantomeno improvvida l’ipotesi che vuole il conferimento dello stesso nelle forme di previdenza integrativa.
Ma c’è molto di più.
Sia il Trattamento di Fine Rapporto e sia i contributi versati alle forme pensionistiche complementari sono forme di risparmio dei lavoratori ed hanno natura di retribuzione differita.
Entrambe queste forme di risparmio producono un montante erogabile in forma di capitale o in forma di rendita.
La differenza tra le due forme di risparmio è che il Trattamento di Fine Rapporto ha una rivalutazione annua predefinita per legge, è garantito dall’apposito fondo istituito presso l’INPS ed è impiegato quale fonte di autofinanziamento dall’impresa.
Le forme pensionistiche complementari hanno rivalutazioni del montante aleatorie, determinate dall’andamento dei mercati finanziari e dalle scelte operate dai gestori finanziari, non danno garanzie di restituzione del capitale versato e vengono impiegate sui mercati finanziari di tutto il mondo venendo sottratte al sistema delle imprese del Paese.
Esaminando l’andamento dei rendimenti delle forme pensionistiche complementari dal 1999 ad oggi emerge come quantomeno non siano certe o anche solo probabili previsioni di loro rendimenti superiori a quello assicurato dal Trattamento di Fine Rapporto.
Ai fini previdenziali -0 se quanto affermiamo è vero, e non riteniamo possa venire contestato, una disparità di regime fiscale tra le due forme di risparmio a favore delle forme pensionistiche complementari è assolutamente ingiustificata.
La piattaforma si prefigge allora di ottenere, a favore del Trattamento di Fine Rapporto, il medesimo regime fiscale previsto a favore delle forme pensionistiche complementari.
In merito appare inoltre evidente come, anche volendo attribuire al TFR una funzione residuale di risparmio a fini previdenziali, il suo mantenimento in luogo del conferimento nei fondi si traduce nel permanere in azienda del capitale, cosa che risolve all’origine il problema delle compensazioni a favore delle imprese per la perdita di questa determinante fonte di finanziamento e il conseguente problema legato all’accesso al credito delle aziende in difficoltà.
La rivendicazione della modifica delle modalità di incremento annuo del montante del Trattamento di Fine Rapporto assolve poi a due funzioni precipue.
Assicurando rendimenti certi e consistenti, assolutamente non ottenibili con le forme di previdenza integrativa, da una parte consente di poter precostituire un reale sostegno al reddito del pensionato, mentre dall’altra incrementa l’efficacia dello stesso Trattamento di Fine Rapporto nella sua funzione di ammortizzatore sociale in caso di perdita del lavoro.
Il costo di questa semplice proposta è in realtà di modesta entità e si può tradurre nella deducibilità fiscale a favore delle imprese sulle somme accantonate annualmente di una percentuale pari a quella di incremento prevista della parte fissa del tasso di incremento annuo del Trattamento di Fine Rapporto.
Nella sostanza, mentre nella legge 252/2005, quella del silenzio/assenso, i costi relativi ad un’opzione per le forme di previdenza integrativa comportano, tra compensazioni alle imprese e garanzie per l’accesso al credito per le stesse imprese – ove tutti i lavoratori dovessero optare per il conferimento del loro Trattamento di Fine Rapporto in un fondo pensione – un costo superiore ai 5 miliardi di euro all’anno, con la nostra proposta, ove tutti i lavoratori dovessero optare per mantenere il proprio Trattamento di Fine Rapporto, i costi si ridurrebbero a qualche centinaio di milioni di euro all’anno, pur in presenza di una più efficace tutela previdenziale.
TFR/Fondi pensione: il re è nudo
Nelle 'migliori' (sarebbe meglio dire peggiori) tradizioni delle assolate estati italiane, il primo luglio il governo Berlusconi ha approvato il disegno di legge del ministro Maroni con cui si dettano le condizioni per sottrarre dalle tasche dei lavoratori il TFR e per far decollare quei Fondi pensione di cui i lavoratori italiani non vogliono neanche sentir parlare: nel 2004 l'incremento di adesioni ai Fondi ha registrato un patetico 1%.
Se la possibilità di pattuizioni aziendali e 'tra lavoratori' previste nel decreto 'in deroga' (diciamo) al conferimento automatico del TFR dei lavoratori ai fondi chiusi, scatena lo scontento dei sindacati cogestori dei Fondi negoziali - perché nella piccola e media impresa (che rappresenta il 95% del totale!) la bassissima sindacalizzazione e la ricattabilità dei lavoratori lasciano ampi margini alle scorrerie dei fondi aperti e assicurativi - il decreto è tutto incentrato sul tentativo, da una parte, di corredare l'adesione ai fondi di alcuni vantaggi sino ad ora garantiti dal TFR (possibilità di anticipazioni e portabilità) e, d'altra parte, di rendere appetibile l'adesione ai fondi attraverso il sistema delle agevolazioni fiscali.
Quello che il decreto non fa, e non potrebbe fare, è risolvere la questione realmente dirimente che rende strutturalmente i Fondi pensione non concorrenziali rispetto al TFR, e questo al di là di ogni considerazione sulla natura di questi strumenti finanziari. Ovvero non viene fornita alcuna garanzia di rendimento che possa porre i lavoratori al riparo dai rischi insiti nel mercato finanziario.
Il decreto 'pompa' un po' l'attesa di rendimenti senza poter intervenire su l'altra lama della forbice - il grado di rischio -, forbice che è l'unico strumento serio con cui dovrebbe essere valutato quello che è, né più né meno, un investimento finanziario a lunghissimo termine (40 anni!)
Quello che si potrebbe dire è che 'il re si è denudato'.
Qualcuno dovrebbe infatti spiegare ai lavoratori, stante il rendimento certo del TFR, perché questo - peraltro utilizzato dalle imprese per autofinanziarsi - debba essere tassato più del capitale che nei Fondi pensione finisce disperso sui mercati finanziari sparsi per il mondo.
Perché le quote stabilite a carico dei datori di lavoro nei contratti collettivi divengano trasferibili 'per legge' da un tipo di fondo all'altro - anche aperto o assicurativo - ma non al TFR se il lavoratore decide di tenerselo.
Queste domande si accompagnano a quella che riguarda il sapere dove saranno reperiti i 500/600 milioni di euro necessari a coprire - per il solo 2006 - il buco nei conti pubblici che produrranno le agevolazioni fiscali previste a favore delle imprese che perderanno la maggiore fonte di finanziamento costituito dal TFR. Agevolazioni che peraltro non risolvono il problema dell'accesso al credito delle aziende in crisi.
In sostanza il decreto non ha spostato i termini della questione e svela ancora una volta come la cosiddetta previdenza integrativa, in specie sulla questione del TFR, non abbia nulla a che fare con il reddito dei futuri pensionati e abbia il solo scopo di pompare il mercato e la speculazione finanziaria sottraendo risorse dalle tasche dei lavoratori e, in realtà, anche dalle casse delle aziende produttive, introducendo specchietti per le allodole che dovranno pagare gli stessi 'poveri gonzi'.
Ma la bramosia del ministro Maroni fornisce ai lavoratori un'inaspettata arma: mentre chi aderisce ai fondi pensione non può tornare al TFR, chi non aderisce nei sei mesi fissati dal decreto, potrà aderire ad un fondo in un qualsiasi momento successivo.
E allora, comunque, perché un lavoratore dovrebbe cedere al ricatto dei sei mesi e all'imbroglio del silenzio/assenso'
I lavoratori utillizzino questi mesi per chiedere e pretendere le risposte cui hanno diritto e per pretendere per il TFR i medesimi trattamenti fiscali e contrattuali inopinatamente proposti per i fondi pensione.
Se la possibilità di pattuizioni aziendali e 'tra lavoratori' previste nel decreto 'in deroga' (diciamo) al conferimento automatico del TFR dei lavoratori ai fondi chiusi, scatena lo scontento dei sindacati cogestori dei Fondi negoziali - perché nella piccola e media impresa (che rappresenta il 95% del totale!) la bassissima sindacalizzazione e la ricattabilità dei lavoratori lasciano ampi margini alle scorrerie dei fondi aperti e assicurativi - il decreto è tutto incentrato sul tentativo, da una parte, di corredare l'adesione ai fondi di alcuni vantaggi sino ad ora garantiti dal TFR (possibilità di anticipazioni e portabilità) e, d'altra parte, di rendere appetibile l'adesione ai fondi attraverso il sistema delle agevolazioni fiscali.
Quello che il decreto non fa, e non potrebbe fare, è risolvere la questione realmente dirimente che rende strutturalmente i Fondi pensione non concorrenziali rispetto al TFR, e questo al di là di ogni considerazione sulla natura di questi strumenti finanziari. Ovvero non viene fornita alcuna garanzia di rendimento che possa porre i lavoratori al riparo dai rischi insiti nel mercato finanziario.
Il decreto 'pompa' un po' l'attesa di rendimenti senza poter intervenire su l'altra lama della forbice - il grado di rischio -, forbice che è l'unico strumento serio con cui dovrebbe essere valutato quello che è, né più né meno, un investimento finanziario a lunghissimo termine (40 anni!)
Quello che si potrebbe dire è che 'il re si è denudato'.
Qualcuno dovrebbe infatti spiegare ai lavoratori, stante il rendimento certo del TFR, perché questo - peraltro utilizzato dalle imprese per autofinanziarsi - debba essere tassato più del capitale che nei Fondi pensione finisce disperso sui mercati finanziari sparsi per il mondo.
Perché le quote stabilite a carico dei datori di lavoro nei contratti collettivi divengano trasferibili 'per legge' da un tipo di fondo all'altro - anche aperto o assicurativo - ma non al TFR se il lavoratore decide di tenerselo.
Queste domande si accompagnano a quella che riguarda il sapere dove saranno reperiti i 500/600 milioni di euro necessari a coprire - per il solo 2006 - il buco nei conti pubblici che produrranno le agevolazioni fiscali previste a favore delle imprese che perderanno la maggiore fonte di finanziamento costituito dal TFR. Agevolazioni che peraltro non risolvono il problema dell'accesso al credito delle aziende in crisi.
In sostanza il decreto non ha spostato i termini della questione e svela ancora una volta come la cosiddetta previdenza integrativa, in specie sulla questione del TFR, non abbia nulla a che fare con il reddito dei futuri pensionati e abbia il solo scopo di pompare il mercato e la speculazione finanziaria sottraendo risorse dalle tasche dei lavoratori e, in realtà, anche dalle casse delle aziende produttive, introducendo specchietti per le allodole che dovranno pagare gli stessi 'poveri gonzi'.
Ma la bramosia del ministro Maroni fornisce ai lavoratori un'inaspettata arma: mentre chi aderisce ai fondi pensione non può tornare al TFR, chi non aderisce nei sei mesi fissati dal decreto, potrà aderire ad un fondo in un qualsiasi momento successivo.
E allora, comunque, perché un lavoratore dovrebbe cedere al ricatto dei sei mesi e all'imbroglio del silenzio/assenso'
I lavoratori utillizzino questi mesi per chiedere e pretendere le risposte cui hanno diritto e per pretendere per il TFR i medesimi trattamenti fiscali e contrattuali inopinatamente proposti per i fondi pensione.
Chi teme il TFR
(20 novembre 2005)
Dall'articolo di Morena Piccinini della segreteria confederale Cgil, intitolato "Chi teme i fondi pensione", pubblicato su Il Manifesto dell'8 ottobre, apprendiamo (con sincero sconcerto) che i fondi negoziali avrebbero dato buona prova di loro...
Sarà il caso che Piccinini fornisca i dati su cui fonda questa sua valutazione alla COVIP, dato che i dati ufficiali di quest'ultima dicono che i rendimenti dei fondi negoziali nel periodo dal 1999, ovvero da quando sono partiti, al 2004, sono stati normalmente battuti dal bistrattato rendimento del TFR.
La Piccinini si sarebbe dovuta riferire ad un confronto interno tra fondi pensione - qui è vero, gli aperti sono stati semplicemente catastrofici- e, per decenza e amore di verità, avrebbe dovuto parlare di "meno peggio", senza millantare un'efficacia del fondo pensione negoziale che è fuori della realtà e dai fatti.
Se parliamo inoltre della democraticità della gestione finanziaria dei fondi negoziali, c'è da dire che i consigli d'amministrazione paritetici (ma i lavoratori, quelli che avrebbero voce in capitolo, hanno votato i loro rappresentanti?), hanno poco più di un potere di indirizzo. Chi opera finanziariamente, chi gestisce realmente i soldi dei lavoratori, sono i "gestori finanziari" del fondo, e sono tutt'altra cosa. Tanto per fare alcuni esempi : i gestori finanziari del Cometa, il fondo dei metalmeccanici, sono Generali, Paribas, Unicredit, Sampaolo-Imi, Aig-Invesco e Cisalpina-Putnam; i gestori del Fonchim, il fondo dei chimici, sono Generali, Ras, Creditrolo, Unipol-Citibank e (sic) Mediolanum-State Street.
In altre parole, e se vogliamo dirla tutta, nessuno discute il fatto che i Fondi negoziali siano "meno peggio", ma ciò non toglie che i loro sostenitori stiano partecipando ad una "zuffa" parimenti con altri, certo peggiori, concorrenti per assicurarsi la fetta più grande di una torta stimata nell'ordine dei tredici miliardi di euro all'anno (ventiseimila miliardi di vecchie lire - una signora finanziaria!) e che è costituita dal TFR, ovvero da soldi dei lavoratori.
La cosa triste è che in questa zuffa poco o niente centrino vecchiaia e pensione dei lavoratori. E questo appare evidente da qualche considerazione, che tra "i litiganti", guarda caso, nessuno fa.
Nel tentativo di rassicurare i datori di lavoro e la Confindustria, che giustamente (dal loro punto di vista) temono di perdere con il TFR il principale strumento di autofinanziamento delle imprese, il ministro Maroni ha cavato dal cilindro la bella ricetta della fiscalizzazione di quelli che ha definito "oneri impropri", ovvero i contributi che i datori di lavoro versano per assicurare ai lavoratori i trattamenti per la malattia, la maternità e gli assegni familiari. Nella sostanza, le imprese che dovranno rinunciare al TFR a favore di un Fondo pensione, non dovranno più versare questi contributi (che assommano al 5,13% delle retribuzioni).
Il Ministro dice che questa fiscalizzazione sarà calcolata in modo da coprire la differenza tra il rendimento offerto dal TFR ed i tassi applicati dalle banche ai prestiti erogati alle imprese. Questo allora significa, facendo "i conti della serva" e mantenendoci prudenti, che questa fiscalizzazione riguarderà almeno 3 di quei 5,13 punti percentuali (con un'inflazione al 2%, quale banca fa prestiti a meno del 6%?). Bene, ma queste indicazioni percentuali non danno un'idea di quello di cui si sta parlando.
Nei fatti di cosa parla Maroni? Se l'operazione del trasferimento del TFR avesse pieno successo starebbe parlando di qualcosa come cinque miliardi di euro all'anno (i bilanci dell'INPS sono pubblici e scaricabili dalla rete).
A questo costo vanno aggiunte le minori entrate per le deduzioni fiscali previste (prendiamo a base i 13 miliardi di euro annui che si diceva) e che spettano per le cifre cedute dalle imprese ai fondi pensione. Considerato il rapporto tra grande industria e la pmi in Italia, possiamo calcolare queste minori entrate intorno ai 715 milioni di euro all'anno.
C'è poi ancora da aggiungere il costo di finanziamento e di gestione del Fondo di garanzia per l'accesso al credito delle imprese, che Maroni ha precisato essere a totale carico dello Stato e che i tecnici del ministero hanno ipotizzato per il 2006 nell'ordine dei 200 milioni di euro. In sostanza, se la cosiddetta riforma previdenziale avesse pieno successo questo giochetto del TFR nei fondi pensione rischierebbe di costare intorno ai 6 miliardi di euro all'anno. Una "sciocchezza" che qualcuno - i lavoratori, chi altro? - dovrà pagare con meno prestazioni e meno servizi.
In realtà, se il problema fosse sostenere il reddito dei futuri pensionati ci sarebbe un'altra strada. Se fossero riconosciuti al TFR gli stessi trattamenti fiscali e contrattuali (vero Piccinini, a proposito di portabilità?) riconosciuti ai soldi dati ai Fondi pensione nel tentativo di rendere questi presentabili ed appetibili rispetto allo stesso TFR, tutta la questione potrebbe essere risolta molto semplicemente ed efficacemente incrementando di due punti percentuali il tasso di rivalutazione del TFR (dall'1,5% + il 75% dell'inflazione al 3,5% + il 75% dell'inflazione), assicurando alle imprese che lo utilizzano una deduzione fiscale analoga su quella cifra.
Questa semplice misura farebbe si che il TFR del lavoratore si rivaluterebbe del 4,5% con un inflazione all'1%, del 5% con un'inflazione al 2%, del 6,50% con un'inflazione al 4%, dell'8,75% con un'inflazione al 7% e così via, sino ad un 18,5% in caso di un balzo inflazionistico del 20%. Quale fondo potrebbe fare altrettanto?
Questa semplice, banale soluzione non comporterebbe la necessità di fiscalizzare nessun contributo, eliminerebbe il problema dell'accesso al credito delle imprese che conserverebbero il TFR e costerebbe (sempre prendendo a base i 13 miliardi di euro all'anno) in totale e senza strascichi di sorta, solo 260 milioni di euro all'anno. Praticamente siamo nell'ordine del costo stimato per il solo Fondo di Garanzia per l'accesso al credito delle aziende.
E' l'uovo di Colombo? Nell'ottica di sostenere il reddito dei futuri pensionati, si. Certamente no per Maroni e la Confindustria. In quanto a Piccinini, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa.
Dall'articolo di Morena Piccinini della segreteria confederale Cgil, intitolato "Chi teme i fondi pensione", pubblicato su Il Manifesto dell'8 ottobre, apprendiamo (con sincero sconcerto) che i fondi negoziali avrebbero dato buona prova di loro...
Sarà il caso che Piccinini fornisca i dati su cui fonda questa sua valutazione alla COVIP, dato che i dati ufficiali di quest'ultima dicono che i rendimenti dei fondi negoziali nel periodo dal 1999, ovvero da quando sono partiti, al 2004, sono stati normalmente battuti dal bistrattato rendimento del TFR.
La Piccinini si sarebbe dovuta riferire ad un confronto interno tra fondi pensione - qui è vero, gli aperti sono stati semplicemente catastrofici- e, per decenza e amore di verità, avrebbe dovuto parlare di "meno peggio", senza millantare un'efficacia del fondo pensione negoziale che è fuori della realtà e dai fatti.
Se parliamo inoltre della democraticità della gestione finanziaria dei fondi negoziali, c'è da dire che i consigli d'amministrazione paritetici (ma i lavoratori, quelli che avrebbero voce in capitolo, hanno votato i loro rappresentanti?), hanno poco più di un potere di indirizzo. Chi opera finanziariamente, chi gestisce realmente i soldi dei lavoratori, sono i "gestori finanziari" del fondo, e sono tutt'altra cosa. Tanto per fare alcuni esempi : i gestori finanziari del Cometa, il fondo dei metalmeccanici, sono Generali, Paribas, Unicredit, Sampaolo-Imi, Aig-Invesco e Cisalpina-Putnam; i gestori del Fonchim, il fondo dei chimici, sono Generali, Ras, Creditrolo, Unipol-Citibank e (sic) Mediolanum-State Street.
In altre parole, e se vogliamo dirla tutta, nessuno discute il fatto che i Fondi negoziali siano "meno peggio", ma ciò non toglie che i loro sostenitori stiano partecipando ad una "zuffa" parimenti con altri, certo peggiori, concorrenti per assicurarsi la fetta più grande di una torta stimata nell'ordine dei tredici miliardi di euro all'anno (ventiseimila miliardi di vecchie lire - una signora finanziaria!) e che è costituita dal TFR, ovvero da soldi dei lavoratori.
La cosa triste è che in questa zuffa poco o niente centrino vecchiaia e pensione dei lavoratori. E questo appare evidente da qualche considerazione, che tra "i litiganti", guarda caso, nessuno fa.
Nel tentativo di rassicurare i datori di lavoro e la Confindustria, che giustamente (dal loro punto di vista) temono di perdere con il TFR il principale strumento di autofinanziamento delle imprese, il ministro Maroni ha cavato dal cilindro la bella ricetta della fiscalizzazione di quelli che ha definito "oneri impropri", ovvero i contributi che i datori di lavoro versano per assicurare ai lavoratori i trattamenti per la malattia, la maternità e gli assegni familiari. Nella sostanza, le imprese che dovranno rinunciare al TFR a favore di un Fondo pensione, non dovranno più versare questi contributi (che assommano al 5,13% delle retribuzioni).
Il Ministro dice che questa fiscalizzazione sarà calcolata in modo da coprire la differenza tra il rendimento offerto dal TFR ed i tassi applicati dalle banche ai prestiti erogati alle imprese. Questo allora significa, facendo "i conti della serva" e mantenendoci prudenti, che questa fiscalizzazione riguarderà almeno 3 di quei 5,13 punti percentuali (con un'inflazione al 2%, quale banca fa prestiti a meno del 6%?). Bene, ma queste indicazioni percentuali non danno un'idea di quello di cui si sta parlando.
Nei fatti di cosa parla Maroni? Se l'operazione del trasferimento del TFR avesse pieno successo starebbe parlando di qualcosa come cinque miliardi di euro all'anno (i bilanci dell'INPS sono pubblici e scaricabili dalla rete).
A questo costo vanno aggiunte le minori entrate per le deduzioni fiscali previste (prendiamo a base i 13 miliardi di euro annui che si diceva) e che spettano per le cifre cedute dalle imprese ai fondi pensione. Considerato il rapporto tra grande industria e la pmi in Italia, possiamo calcolare queste minori entrate intorno ai 715 milioni di euro all'anno.
C'è poi ancora da aggiungere il costo di finanziamento e di gestione del Fondo di garanzia per l'accesso al credito delle imprese, che Maroni ha precisato essere a totale carico dello Stato e che i tecnici del ministero hanno ipotizzato per il 2006 nell'ordine dei 200 milioni di euro. In sostanza, se la cosiddetta riforma previdenziale avesse pieno successo questo giochetto del TFR nei fondi pensione rischierebbe di costare intorno ai 6 miliardi di euro all'anno. Una "sciocchezza" che qualcuno - i lavoratori, chi altro? - dovrà pagare con meno prestazioni e meno servizi.
In realtà, se il problema fosse sostenere il reddito dei futuri pensionati ci sarebbe un'altra strada. Se fossero riconosciuti al TFR gli stessi trattamenti fiscali e contrattuali (vero Piccinini, a proposito di portabilità?) riconosciuti ai soldi dati ai Fondi pensione nel tentativo di rendere questi presentabili ed appetibili rispetto allo stesso TFR, tutta la questione potrebbe essere risolta molto semplicemente ed efficacemente incrementando di due punti percentuali il tasso di rivalutazione del TFR (dall'1,5% + il 75% dell'inflazione al 3,5% + il 75% dell'inflazione), assicurando alle imprese che lo utilizzano una deduzione fiscale analoga su quella cifra.
Questa semplice misura farebbe si che il TFR del lavoratore si rivaluterebbe del 4,5% con un inflazione all'1%, del 5% con un'inflazione al 2%, del 6,50% con un'inflazione al 4%, dell'8,75% con un'inflazione al 7% e così via, sino ad un 18,5% in caso di un balzo inflazionistico del 20%. Quale fondo potrebbe fare altrettanto?
Questa semplice, banale soluzione non comporterebbe la necessità di fiscalizzare nessun contributo, eliminerebbe il problema dell'accesso al credito delle imprese che conserverebbero il TFR e costerebbe (sempre prendendo a base i 13 miliardi di euro all'anno) in totale e senza strascichi di sorta, solo 260 milioni di euro all'anno. Praticamente siamo nell'ordine del costo stimato per il solo Fondo di Garanzia per l'accesso al credito delle aziende.
E' l'uovo di Colombo? Nell'ottica di sostenere il reddito dei futuri pensionati, si. Certamente no per Maroni e la Confindustria. In quanto a Piccinini, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa.
Fondi USA e af-fondi Italia
(26 giugno 2006)
Quando sta avvenendo ai Fondi pensione americani a prestazione definita in questi mesi dovrebbe insegnarci qualcosa. Sto parlando dei fondi nati in USA decine di anni fa nelle corporation con un alto numero di lavoratori ed una forte presenza dei sindacati.
Nella sostanza questi fondi raccolgono i contributi di lavoratori ed imprese e, a differenza del caso italiano, in cui ad essere definita è la contribuzione, garantiscono al lavoratore una predeterminata pensione integrativa . Il fondo è gestito "separatamente" dalla stessa corporation che, se è brava e fa fruttare il capitale, si tiene il surplus finanziario, se è meno brava o incappa in momenti non favorevoli delle borse, dei mercati e delle economie, dovrebbe far fronte al disavanzo del fondo con i propri conti.
Dovrebbe, perché la patria del capitalismo ha previsto un salvagente, in ultima analisi finanziato pubblicamente, per le casse delle corporation. Il PBGC (Pension Benefit Guaranty Corp) è un organo creato proprio allo scopo di sobbarcarsi gli impegni dei fondi pensione in difficoltà o appartenenti a ditte in grave crisi finanziaria e che funziona come una sorta di assicurazione finanziata con i premi degli iscritti (le stesse corporation). I premi però sono troppo bassi e inadeguati e il disavanzo del PBGC viene coperto dal governo Federale e, dunque, guarda un po', dal pubblico attraverso la fiscalità generale.
Prima che, a fine maggio, il tribunale dichiarasse il fallimento del Fondo della linea aerea United Airlines (UAL) gli impegni del PBGC superavano le sue disponibilità di 23,3 miliardi di dollari e c'è il fondato rischio che la sua esposizione possa salire entro la fine del 2005 anche fino a 96 miliardi di dollari.
Quello che ci dice questa storia è che anche nella patria del capitalismo la pensione ai lavoratori la garantisce in ultima analisi il pubblico. Se i soldi dei lavoratori - il malloppo - sono nelle mani delle corporation che tentano di farli fruttare con la speculazione finanziaria a proprio esclusivo vantaggio (e questo e non altro è lo scopo di ogni e qualsiasi Fondo pensione!), l'aspetto previdenziale, ovvero la garanzia al lavoratore di conservare un determinato tenore di vita una volta uscito dal mondo del lavoro, viene assicurato dal pubblico.
In Italia i Fondi a prestazione definita sono comunque proibiti per i lavoratori. Come dicevo, in Italia i fondi, chiusi o aperti che siano, sono a contribuzione definita. Questo significa che il lavoratore sa quanti soldi mette nel Fondo ma non sa e non può sapere quanto questi soldi gli frutteranno al momento di andare in pensione.
La storia dei Fondi USA che ho richiamato ci dimostra comunque, al di là del chiacchiericcio di tutte le sirene che in questi mesi tentano di incantare i lavoratori, come il risultato degli investimenti di qualsiasi fondo è quantomeno incerto.
Ma ci fa anche pensare che la sbobba che stanno tentando di far ingoiare ai lavoratori italiani sia ben più indigesta della minestra americana.
Le corporation prendono in prestito per le loro speculazioni i soldi dei lavoratori ma, almeno, alla fine mantengono (più o meno e non sempre) gli impegni (grazie a Pantalone).
I Fondi, chiusi o aperti che siano, destinati ai lavoratori italiani non si assumono alcun impegno, si prendono i soldi dei lavoratori, speculano sui mercati finanziari, ma i relativi rischi sono tutti in capo agli stessi lavoratori che, in una situazione analoga a quella che stanno vivendo i loro colleghi americani, si ritroverebbero con il proverbiale pugno di mosche in luogo della decantata pensione integrativa.
Quando sta avvenendo ai Fondi pensione americani a prestazione definita in questi mesi dovrebbe insegnarci qualcosa. Sto parlando dei fondi nati in USA decine di anni fa nelle corporation con un alto numero di lavoratori ed una forte presenza dei sindacati.
Nella sostanza questi fondi raccolgono i contributi di lavoratori ed imprese e, a differenza del caso italiano, in cui ad essere definita è la contribuzione, garantiscono al lavoratore una predeterminata pensione integrativa . Il fondo è gestito "separatamente" dalla stessa corporation che, se è brava e fa fruttare il capitale, si tiene il surplus finanziario, se è meno brava o incappa in momenti non favorevoli delle borse, dei mercati e delle economie, dovrebbe far fronte al disavanzo del fondo con i propri conti.
Dovrebbe, perché la patria del capitalismo ha previsto un salvagente, in ultima analisi finanziato pubblicamente, per le casse delle corporation. Il PBGC (Pension Benefit Guaranty Corp) è un organo creato proprio allo scopo di sobbarcarsi gli impegni dei fondi pensione in difficoltà o appartenenti a ditte in grave crisi finanziaria e che funziona come una sorta di assicurazione finanziata con i premi degli iscritti (le stesse corporation). I premi però sono troppo bassi e inadeguati e il disavanzo del PBGC viene coperto dal governo Federale e, dunque, guarda un po', dal pubblico attraverso la fiscalità generale.
Prima che, a fine maggio, il tribunale dichiarasse il fallimento del Fondo della linea aerea United Airlines (UAL) gli impegni del PBGC superavano le sue disponibilità di 23,3 miliardi di dollari e c'è il fondato rischio che la sua esposizione possa salire entro la fine del 2005 anche fino a 96 miliardi di dollari.
Quello che ci dice questa storia è che anche nella patria del capitalismo la pensione ai lavoratori la garantisce in ultima analisi il pubblico. Se i soldi dei lavoratori - il malloppo - sono nelle mani delle corporation che tentano di farli fruttare con la speculazione finanziaria a proprio esclusivo vantaggio (e questo e non altro è lo scopo di ogni e qualsiasi Fondo pensione!), l'aspetto previdenziale, ovvero la garanzia al lavoratore di conservare un determinato tenore di vita una volta uscito dal mondo del lavoro, viene assicurato dal pubblico.
In Italia i Fondi a prestazione definita sono comunque proibiti per i lavoratori. Come dicevo, in Italia i fondi, chiusi o aperti che siano, sono a contribuzione definita. Questo significa che il lavoratore sa quanti soldi mette nel Fondo ma non sa e non può sapere quanto questi soldi gli frutteranno al momento di andare in pensione.
La storia dei Fondi USA che ho richiamato ci dimostra comunque, al di là del chiacchiericcio di tutte le sirene che in questi mesi tentano di incantare i lavoratori, come il risultato degli investimenti di qualsiasi fondo è quantomeno incerto.
Ma ci fa anche pensare che la sbobba che stanno tentando di far ingoiare ai lavoratori italiani sia ben più indigesta della minestra americana.
Le corporation prendono in prestito per le loro speculazioni i soldi dei lavoratori ma, almeno, alla fine mantengono (più o meno e non sempre) gli impegni (grazie a Pantalone).
I Fondi, chiusi o aperti che siano, destinati ai lavoratori italiani non si assumono alcun impegno, si prendono i soldi dei lavoratori, speculano sui mercati finanziari, ma i relativi rischi sono tutti in capo agli stessi lavoratori che, in una situazione analoga a quella che stanno vivendo i loro colleghi americani, si ritroverebbero con il proverbiale pugno di mosche in luogo della decantata pensione integrativa.
Fondi pensione? No, fondi bidone
(10 giugno 2005)
Con l'annuncio di Maroni dello slittamento a settembre- ad un mese dal termine ultimo fissato nella legge delega - del decreto sul trasferimento del TFR ai Fondi pensione e dell'avvio della procedura del silenzio/assenso a gennaio 2006, si apre una fase importante e decisiva per tutti coloro che non intendono rassegnarsi a questo furto con destrezza perpetrato ai danni dei lavoratori e ideato dal governo di centro-destra per ingrassare la speculazione finanziaria attraverso l'avvio forzoso della cosiddetta previdenza integrativa.
I tempi, per il governo e per i lupi di ogni sorta che si aggirano famelici intorno ad una torta calcolata nell'ordine dei dieci miliardi di euro, sono sempre più stretti e la possibilità che la delega salti - anche per le difficoltà economiche del Paese (da dove tireranno fuori le risorse per gli incentivi di compensazione alle imprese chiamate a rinunciare al finanziamento a tasso iper- agevolato costituito dal TFR?) - diviene una possibilità da non scartare. E' in questi mesi che si rende allora necessaria una forte azione che, svelando i reali giochi in atto, faccia montare l'opposizione sociale, prima al varo del decreto e poi, se mai il decreto verrà pubblicato, al trasferimento del TFR nel Fondi. Preliminarmente a ciò e perché una qualunque campagna possa essere realmente incisiva occorre però fare chiarezza sulle mistificazioni insite nella stessa terminologia adottata per far passare nelle coscienze delle persone l'intera operazione.
Si dice che per recuperare il taglio delle pensioni pubbliche diviene necessario avviare la 'seconda gamba' previdenziale costituita dai Fondi pensione e che il sacrificio del TFR è indispensabile per garantire ai futuri pensionati una pensione integrativa. I Fondi pensione però, a dispetto del nome, non erogano alcuna pensione. I Fondi pensione accumulano semplicemente il capitale versato dai lavoratori cercando di farlo fruttare attraverso speculazioni di borsa. Quando un lavoratore va in pensione riceve dal Fondo pensione quel capitale accumulato e nient'altro (anzi, ci paga le commissioni) così come avrebbe da qualunque altra forma di risparmio gestita. Il lavoratore ha a questo punto la possibilità di farsi spalmare quel capitale negli anni - sulla base della speranza di vita ufficialmente accettata - avendo come unica rivalutazione possibile quella prevista per un qualunque deposito bancario. Questa operazione la si potrebbe fare, negli stessi identici termini, con il TFR (sempre che il lavoratore non abbia dovuto impiegarlo a copertura di periodi di disoccupazione).
E allora perché il lavoratore dovrebbe preferire ingrassare i Fondi pensione? Il TFR è certo ( se la ditta che lo ha accantonato fallisce lo eroga l'apposito fondo istituito presso l'INPS), ha un rendimento garantito (1,5% l'anno più il 75% dell'inflazione) e copre i lavoratori dai rischi di perdita del lavoro. I Fondi pensione sono soggetti ai rischi connessi alla svalutazione delle monete, ai rischi di iperinflazione (tuttaltro che remoti nell'arco dei 40 anni di vita lavorativa di ogni persona), ai rischi di gestioni fallimentari o truffaldine dei capitali i cui esempi sono sotto gli occhi di tutti e, se il lavoratore ha scampato da questi rischi, alle oscillazioni e alla volatilità delle borse in connessione con le capacità speculative dei gestori finanziari. In pratica, nessun Fondo pensione può garantire al lavoratore che aderisce neanche la restituzione del capitale versato e nessun Fondo può ipotizzare attese di rendimento tali da compensare - tolte le spese a carico del lavoratore - i rischi a cui sottopone il capitale versato. Perché un lavoratore dovrebbe allora preferire un Fondo pensione al TFR?
Qualcuno dirà che al capitale nel Fondo pensione a favore del lavoratore concorrono anche i versamenti del datore di lavoro stabiliti nella contrattazione collettiva. Affermazione vera ma parziale: i versamenti che i datori di lavoro erogano nei Fondi pensione rientrano nel costo del lavoro concordato in fase contrattuale, sono nella voce costo del lavoro e lo sarebbero comunque se quei fondi finissero direttamente in aumenti salariali o (perché no?), ad incremento dello stesso TFR (anzi credo che quest'ultima sarebbe un'ipotesi particolarmente bene accetta dalla imprese visto il suo utilizzo come forma di finanziamento agevolato). Ergo, pompare i Fondi pensione o rimpinguare i salari dei lavoratori, anche tramite un incremento del TFR e solo una scelta sociale e sindacale. Ovviamente lo stesso discorso vale per le agevolazioni fiscali utilizzate come cuneo per imporre la finanziarizzazione della previdenza.
Non c'è una sola ragione che giustifichi la rinuncia del TFR da parte dei lavoratori: non è certo attraverso il sistema dei Fondi pensione e della speculazione finanziaria (che non produce ricchezza ma semplicemente la ridistribuisce verso l'alto sottraendola alle persone e ai paesi più deboli), che si garantisce una pensione adeguata ai futuri pensionati. L'unica strada percorribile è quella di una nuova previdenza pubblica che si finanzi con quel sistema a ripartizione fondato sulla solidarietà tra le generazioni che non si regge, come hanno tentato e ci hanno fatto credere negli ultimi quindici anni, sul denaro, ma sul lavoro e sulla capacità di questi di produrre ricchezza e benessere sociale. Di questo e su questo dobbiamo parlare ed interrogarci nelle prossime settimane e nei prossimi mesi se vogliamo realmente vincere questa battaglia
Con l'annuncio di Maroni dello slittamento a settembre- ad un mese dal termine ultimo fissato nella legge delega - del decreto sul trasferimento del TFR ai Fondi pensione e dell'avvio della procedura del silenzio/assenso a gennaio 2006, si apre una fase importante e decisiva per tutti coloro che non intendono rassegnarsi a questo furto con destrezza perpetrato ai danni dei lavoratori e ideato dal governo di centro-destra per ingrassare la speculazione finanziaria attraverso l'avvio forzoso della cosiddetta previdenza integrativa.
I tempi, per il governo e per i lupi di ogni sorta che si aggirano famelici intorno ad una torta calcolata nell'ordine dei dieci miliardi di euro, sono sempre più stretti e la possibilità che la delega salti - anche per le difficoltà economiche del Paese (da dove tireranno fuori le risorse per gli incentivi di compensazione alle imprese chiamate a rinunciare al finanziamento a tasso iper- agevolato costituito dal TFR?) - diviene una possibilità da non scartare. E' in questi mesi che si rende allora necessaria una forte azione che, svelando i reali giochi in atto, faccia montare l'opposizione sociale, prima al varo del decreto e poi, se mai il decreto verrà pubblicato, al trasferimento del TFR nel Fondi. Preliminarmente a ciò e perché una qualunque campagna possa essere realmente incisiva occorre però fare chiarezza sulle mistificazioni insite nella stessa terminologia adottata per far passare nelle coscienze delle persone l'intera operazione.
Si dice che per recuperare il taglio delle pensioni pubbliche diviene necessario avviare la 'seconda gamba' previdenziale costituita dai Fondi pensione e che il sacrificio del TFR è indispensabile per garantire ai futuri pensionati una pensione integrativa. I Fondi pensione però, a dispetto del nome, non erogano alcuna pensione. I Fondi pensione accumulano semplicemente il capitale versato dai lavoratori cercando di farlo fruttare attraverso speculazioni di borsa. Quando un lavoratore va in pensione riceve dal Fondo pensione quel capitale accumulato e nient'altro (anzi, ci paga le commissioni) così come avrebbe da qualunque altra forma di risparmio gestita. Il lavoratore ha a questo punto la possibilità di farsi spalmare quel capitale negli anni - sulla base della speranza di vita ufficialmente accettata - avendo come unica rivalutazione possibile quella prevista per un qualunque deposito bancario. Questa operazione la si potrebbe fare, negli stessi identici termini, con il TFR (sempre che il lavoratore non abbia dovuto impiegarlo a copertura di periodi di disoccupazione).
E allora perché il lavoratore dovrebbe preferire ingrassare i Fondi pensione? Il TFR è certo ( se la ditta che lo ha accantonato fallisce lo eroga l'apposito fondo istituito presso l'INPS), ha un rendimento garantito (1,5% l'anno più il 75% dell'inflazione) e copre i lavoratori dai rischi di perdita del lavoro. I Fondi pensione sono soggetti ai rischi connessi alla svalutazione delle monete, ai rischi di iperinflazione (tuttaltro che remoti nell'arco dei 40 anni di vita lavorativa di ogni persona), ai rischi di gestioni fallimentari o truffaldine dei capitali i cui esempi sono sotto gli occhi di tutti e, se il lavoratore ha scampato da questi rischi, alle oscillazioni e alla volatilità delle borse in connessione con le capacità speculative dei gestori finanziari. In pratica, nessun Fondo pensione può garantire al lavoratore che aderisce neanche la restituzione del capitale versato e nessun Fondo può ipotizzare attese di rendimento tali da compensare - tolte le spese a carico del lavoratore - i rischi a cui sottopone il capitale versato. Perché un lavoratore dovrebbe allora preferire un Fondo pensione al TFR?
Qualcuno dirà che al capitale nel Fondo pensione a favore del lavoratore concorrono anche i versamenti del datore di lavoro stabiliti nella contrattazione collettiva. Affermazione vera ma parziale: i versamenti che i datori di lavoro erogano nei Fondi pensione rientrano nel costo del lavoro concordato in fase contrattuale, sono nella voce costo del lavoro e lo sarebbero comunque se quei fondi finissero direttamente in aumenti salariali o (perché no?), ad incremento dello stesso TFR (anzi credo che quest'ultima sarebbe un'ipotesi particolarmente bene accetta dalla imprese visto il suo utilizzo come forma di finanziamento agevolato). Ergo, pompare i Fondi pensione o rimpinguare i salari dei lavoratori, anche tramite un incremento del TFR e solo una scelta sociale e sindacale. Ovviamente lo stesso discorso vale per le agevolazioni fiscali utilizzate come cuneo per imporre la finanziarizzazione della previdenza.
Non c'è una sola ragione che giustifichi la rinuncia del TFR da parte dei lavoratori: non è certo attraverso il sistema dei Fondi pensione e della speculazione finanziaria (che non produce ricchezza ma semplicemente la ridistribuisce verso l'alto sottraendola alle persone e ai paesi più deboli), che si garantisce una pensione adeguata ai futuri pensionati. L'unica strada percorribile è quella di una nuova previdenza pubblica che si finanzi con quel sistema a ripartizione fondato sulla solidarietà tra le generazioni che non si regge, come hanno tentato e ci hanno fatto credere negli ultimi quindici anni, sul denaro, ma sul lavoro e sulla capacità di questi di produrre ricchezza e benessere sociale. Di questo e su questo dobbiamo parlare ed interrogarci nelle prossime settimane e nei prossimi mesi se vogliamo realmente vincere questa battaglia
Fondo COMIT : un silenzio eloquente
(7 novembre 2004)
Oltre 10.000 famiglie rischiano di vedere compromessi reddito e tenore di vita
Banca Intesa intende chiedere la liquidazione coatta, ovvero il fallimento, del Fondo Pensioni COMIT con la conseguente cessazione immediata di tutte le prestazioni, compreso il pagamento delle rate di pensione, e la liquidazione fallimentare di tutti i beni patrimoniali del Fondo.
Ad oggi non sappiamo come si concluderà la vicenda, ovvero se gli oltre diecimila lavoratori interessati vedranno volatilizzarsi in tutto o in parte la pensione integrativa che il fondo doveva assicurare loro, o se il governo lancerà in qualche modo un "salvagente", scaricando sulla collettività la copertura delle perdite del Fondo, così come è già avvenuto negli anni '90 di fronte alle crisi delle banche meridionali.
Quello che appare comunque evidente è il silenzio che sta accompagnando la sorte di oltre 10.000 famiglie, che rischiano di vedersi tagliare drasticamente il livello e tenore di vita promessi e "garantiti" loro da un fondo pensione (per di più bancario e con 83 anni di vita alle spalle!) che ha accumulato nel giro di qualche anno un disavanzo di 28,5 milioni di Euro.
Questo silenzio è evidente, ma anche logico.
Siamo nel momento in cui il governo si appresta a varare il decreto applicativo della riforma previdenziale che imporrà, in assenza di un esplicito e formale rifiuto dei lavoratori, il trasferimento coatto del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) ai Fondi Pensione.
Già i "numeri" dimostrano come la favola dei rendimenti promessi per avere una pensione decente con i Fondi pensione sia, appunto, una favola, e come nessun Fondo sia in grado di garantire lo stesso piccolo rendimento che il TFR invece assicura.
Ed ora, se portato alla conoscenza della maggioranza dei lavoratori, un caso come quello del Fondo Comit metterebbe brutalmente sotto gli occhi di tutti qualcosa che la storia dei Fondi pensione nel mondo ha dimostrato troppo frequentemente. Le forme di previdenza a capitalizzazione, tipiche della previdenza privata ed in particolare dei Fondi pensione, non sono cioé intrinsecamente idonee proprio sul piano previdenziale.
Questo perché nulla e nessuno può garantire che, per una qualunque ragione (un periodo di iperinflazione, una drastica svalutazione della moneta, gli effetti di operazioni speculative o truffaldine - alla Enron o alla Parmalat tanto per intenderci - o di mere scelte semplicemente sbagliate del gestore - come potrebbe essere il caso del Fondo Comit), l'intero capitale accantonato, o parte di esso, si volatilizzi lasciando in braghe di tela chi sui propri versamenti aveva costruito le speranze di una vecchiaia serena.
Se a questo accostiamo il fatto che la riscossione del TFR è invece garantita da un apposito fondo Inps anche di fronte al fallimento del datore di lavoro, si capisce perfettamente perché al caso Comit sia stata messa la sordina.
Diviene allora sempre più urgente organizzare nelle prossime settimane tutte le forze, le energie e le intelligenze comunque disponibili per coordinare una grande campagna informativa che faccia conoscere ai lavoratori la reale posta in gioco e li porti ad esprimere, nei sei mesi di tempo che avranno dalla data di entrata in vigore del decreto applicativo, il loro rifiuto a vedersi sottrarre il TFR per foraggiare la speculazione finanziaria mediante i Fondi pensione.
Oltre 10.000 famiglie rischiano di vedere compromessi reddito e tenore di vita
Banca Intesa intende chiedere la liquidazione coatta, ovvero il fallimento, del Fondo Pensioni COMIT con la conseguente cessazione immediata di tutte le prestazioni, compreso il pagamento delle rate di pensione, e la liquidazione fallimentare di tutti i beni patrimoniali del Fondo.
Ad oggi non sappiamo come si concluderà la vicenda, ovvero se gli oltre diecimila lavoratori interessati vedranno volatilizzarsi in tutto o in parte la pensione integrativa che il fondo doveva assicurare loro, o se il governo lancerà in qualche modo un "salvagente", scaricando sulla collettività la copertura delle perdite del Fondo, così come è già avvenuto negli anni '90 di fronte alle crisi delle banche meridionali.
Quello che appare comunque evidente è il silenzio che sta accompagnando la sorte di oltre 10.000 famiglie, che rischiano di vedersi tagliare drasticamente il livello e tenore di vita promessi e "garantiti" loro da un fondo pensione (per di più bancario e con 83 anni di vita alle spalle!) che ha accumulato nel giro di qualche anno un disavanzo di 28,5 milioni di Euro.
Questo silenzio è evidente, ma anche logico.
Siamo nel momento in cui il governo si appresta a varare il decreto applicativo della riforma previdenziale che imporrà, in assenza di un esplicito e formale rifiuto dei lavoratori, il trasferimento coatto del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) ai Fondi Pensione.
Già i "numeri" dimostrano come la favola dei rendimenti promessi per avere una pensione decente con i Fondi pensione sia, appunto, una favola, e come nessun Fondo sia in grado di garantire lo stesso piccolo rendimento che il TFR invece assicura.
Ed ora, se portato alla conoscenza della maggioranza dei lavoratori, un caso come quello del Fondo Comit metterebbe brutalmente sotto gli occhi di tutti qualcosa che la storia dei Fondi pensione nel mondo ha dimostrato troppo frequentemente. Le forme di previdenza a capitalizzazione, tipiche della previdenza privata ed in particolare dei Fondi pensione, non sono cioé intrinsecamente idonee proprio sul piano previdenziale.
Questo perché nulla e nessuno può garantire che, per una qualunque ragione (un periodo di iperinflazione, una drastica svalutazione della moneta, gli effetti di operazioni speculative o truffaldine - alla Enron o alla Parmalat tanto per intenderci - o di mere scelte semplicemente sbagliate del gestore - come potrebbe essere il caso del Fondo Comit), l'intero capitale accantonato, o parte di esso, si volatilizzi lasciando in braghe di tela chi sui propri versamenti aveva costruito le speranze di una vecchiaia serena.
Se a questo accostiamo il fatto che la riscossione del TFR è invece garantita da un apposito fondo Inps anche di fronte al fallimento del datore di lavoro, si capisce perfettamente perché al caso Comit sia stata messa la sordina.
Diviene allora sempre più urgente organizzare nelle prossime settimane tutte le forze, le energie e le intelligenze comunque disponibili per coordinare una grande campagna informativa che faccia conoscere ai lavoratori la reale posta in gioco e li porti ad esprimere, nei sei mesi di tempo che avranno dalla data di entrata in vigore del decreto applicativo, il loro rifiuto a vedersi sottrarre il TFR per foraggiare la speculazione finanziaria mediante i Fondi pensione.
Attenti al TFR
di Severo Lutrario e Fabrizio Valli
pubblicato da Il Manifesto il 10 settembre 2004
Nel mese di Settembre si svolgerà l'incontro fra governo e parti sociali sulla riforma delle pensioni. Tra i numerosi aspetti negativi di questa controriforma volgiamo metterne in evidenza uno di cui si parla poco sui grandi media ma di cruciale importanza per il futuro di lavoratrici e lavoratori: Il meccanismo del silenzio assenso per il conferimento del Tfr, il trattamento di fine rapporto, ai Fondi Pensione. Questo trasferimento, come del resto lo stesso ricorso ai Fondi Pensione, viene giustificato con la tesi secondo la quale nel lungo periodo i rendimenti dei mercati finanziari dovrebbero essere tali da compensare la riduzione della pensione pubblica. Questa tesi, però, non è sostenuta da nessun tipo di prova, anzi, come si può evincere da un'analisi condotta da ricercatori dell'università della California i mercati azionari dei diversi paesi, tra il 1921 ed il 1996, nel 50% dei casi, hanno offerto rendimenti reali, al netto dei dividendi, inferiori allo 0,8%. I Fondi Pensione italiani nel triennio 2000 - 2002, hanno avuto un rendimento medio prossimo allo 0%, contro un 14% offerto dal Tfr.
Del resto, sostenere che il mercato azionario nel lungo periodo offra rendimenti reali superiori non avrebbe in ogni caso senso a riguardo della previdenza, trattandosi di andamenti sottoposti a forti oscillazioni, e se il momento di entrata nello stato pensionistico avviene dopo una fase di discesa dei prezzi, si rischia di veder compromessa seriamente la propria rendita pensionistica. Con questa operazione, inoltre, si sottrae ai lavoratori quella parte del salario - il Tfr appunto - accantonato per garantire la disponibilità di una somma nei periodi tra la perdita di un lavoro e una successiva occupazione, perdita importante vista l'assenza di adeguati sostegni economici ai disoccupati e l'aumento della mobilità e della precarietà nel lavoro imposte con la legge 30. I lavoratori vengono privati di una somma certa, la cui rivalutazione è collegata all'inflazione, per far decollare con gli esiti incerti e rischiosi propri dei mercati finanziari, la previdenza privata.
Senza contare che per le imprese, la perdita del Tfr non potrà che essere giustificata solo a fronte di adeguati rimborsi e, se pare saltata l'originale proposta di decontribuzione che avrebbe impoverito ulteriormente i bilanci dell'Inps, quali che siano le ipotesi alternative che si possono fare è certo che uno sgravio per le imprese rappresenterà un ulteriore aggravio per i bilanci pubblici ed un'ulteriore manovra di trasferimento dai redditi da lavoro al capitale. Come d'altronde su tutti e tutte gravano le defiscalizzazioni, che significano meno risorse per lo stato sociale. Vi è inoltre il rischio che, per fare decollare i fondi pensione, si spostino su questi, tramite il meccanismo con il quale il datore di lavoro conferisce al fondo una quota pari a quella che conferisce il lavoratore, risorse che la contrattazione collettiva potrebbe indirizzare ad altre parti del salario.
E' necessario quindi che si operi immediatamente per sventare il pericolo che incombe sul futuro di lavoratrici e lavoratori, in particolare donne e giovani, di trovarsi in futuro con pensioni da fame. Perché il futuro di lavoratori e lavoratrici non può essere giocato alla roulette dei mercati finanziari.
Chiediamo quindi alle Associazioni Sindacali che partecipano a tale confronto di porre con forza la necessità di una pensione pubblica che garantisca il livello di vita precedente e di opporsi con forza allo scippo del Tfr a vantaggio dei Fondi Pensione e dei gruppi finanziari che concretamente li gestiscono.
pubblicato da Il Manifesto il 10 settembre 2004
Nel mese di Settembre si svolgerà l'incontro fra governo e parti sociali sulla riforma delle pensioni. Tra i numerosi aspetti negativi di questa controriforma volgiamo metterne in evidenza uno di cui si parla poco sui grandi media ma di cruciale importanza per il futuro di lavoratrici e lavoratori: Il meccanismo del silenzio assenso per il conferimento del Tfr, il trattamento di fine rapporto, ai Fondi Pensione. Questo trasferimento, come del resto lo stesso ricorso ai Fondi Pensione, viene giustificato con la tesi secondo la quale nel lungo periodo i rendimenti dei mercati finanziari dovrebbero essere tali da compensare la riduzione della pensione pubblica. Questa tesi, però, non è sostenuta da nessun tipo di prova, anzi, come si può evincere da un'analisi condotta da ricercatori dell'università della California i mercati azionari dei diversi paesi, tra il 1921 ed il 1996, nel 50% dei casi, hanno offerto rendimenti reali, al netto dei dividendi, inferiori allo 0,8%. I Fondi Pensione italiani nel triennio 2000 - 2002, hanno avuto un rendimento medio prossimo allo 0%, contro un 14% offerto dal Tfr.
Del resto, sostenere che il mercato azionario nel lungo periodo offra rendimenti reali superiori non avrebbe in ogni caso senso a riguardo della previdenza, trattandosi di andamenti sottoposti a forti oscillazioni, e se il momento di entrata nello stato pensionistico avviene dopo una fase di discesa dei prezzi, si rischia di veder compromessa seriamente la propria rendita pensionistica. Con questa operazione, inoltre, si sottrae ai lavoratori quella parte del salario - il Tfr appunto - accantonato per garantire la disponibilità di una somma nei periodi tra la perdita di un lavoro e una successiva occupazione, perdita importante vista l'assenza di adeguati sostegni economici ai disoccupati e l'aumento della mobilità e della precarietà nel lavoro imposte con la legge 30. I lavoratori vengono privati di una somma certa, la cui rivalutazione è collegata all'inflazione, per far decollare con gli esiti incerti e rischiosi propri dei mercati finanziari, la previdenza privata.
Senza contare che per le imprese, la perdita del Tfr non potrà che essere giustificata solo a fronte di adeguati rimborsi e, se pare saltata l'originale proposta di decontribuzione che avrebbe impoverito ulteriormente i bilanci dell'Inps, quali che siano le ipotesi alternative che si possono fare è certo che uno sgravio per le imprese rappresenterà un ulteriore aggravio per i bilanci pubblici ed un'ulteriore manovra di trasferimento dai redditi da lavoro al capitale. Come d'altronde su tutti e tutte gravano le defiscalizzazioni, che significano meno risorse per lo stato sociale. Vi è inoltre il rischio che, per fare decollare i fondi pensione, si spostino su questi, tramite il meccanismo con il quale il datore di lavoro conferisce al fondo una quota pari a quella che conferisce il lavoratore, risorse che la contrattazione collettiva potrebbe indirizzare ad altre parti del salario.
E' necessario quindi che si operi immediatamente per sventare il pericolo che incombe sul futuro di lavoratrici e lavoratori, in particolare donne e giovani, di trovarsi in futuro con pensioni da fame. Perché il futuro di lavoratori e lavoratrici non può essere giocato alla roulette dei mercati finanziari.
Chiediamo quindi alle Associazioni Sindacali che partecipano a tale confronto di porre con forza la necessità di una pensione pubblica che garantisca il livello di vita precedente e di opporsi con forza allo scippo del Tfr a vantaggio dei Fondi Pensione e dei gruppi finanziari che concretamente li gestiscono.
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