C’era una volta uno strano paese dove si preparava a calare la notte.
Una notte scura e buia, senza luna e senza il lucore del firmamento.
Una notte dove prosperavano gli spiriti maligni.
Una notte che si apprestava a rubare le cose amate per nasconderle sotto il suo manto oscuro.
Una notte amica del ladro e dell’assassino che avrebbe protetto nei suoi antri bui.
Una notte che avrebbe chiamato i cattivi pensieri, li avrebbe vestiti, nutriti e mandati all’assalto.
Una notte che avrebbe sussurrato sogni fallaci ed incubi mendaci.
Una notte che avrebbe riflesso le speranze dei poveri di spirito nello specchio dell'illusione.
Una notte dove il grande lupo bianco avrebbe banchettato travestito da pastore (tedesco).
Questo ed altro ancora prometteva quella terribile notte, che in passato gli abitanti di quello strano paese avevano già conosciuto.
E quando già s'apprestava l'imbrunire i maggiorenti, i tenutari e i protettori del paese si riunirono per vedere se ci fosse modo di scongiurare l'arrivo della notte.
La discussione fu lunga ed le argomentaziooni appassionate.
Ed in vero, unanime era tra maggiorenti, tenutari e protettori del paese il parere che al popolo ci si dovesse appellare per organizzare la strenua resistenza.
Quel che lasciava perplessi i maggiorenti, tenutari e protettori del paese era quel che al popolo dovesse venir detto per suscitarne il necessario piglio guerriero.
Ma dopo un lungo e indefesso lavoro, maggiorenti, tenutari e protettori del paese redassero un alato proclama cui i messi diedero lettura in ogni angolo del paese.
Popolo del nostro beneamato paese.
Nell'ora triste che vede ancora una volta approssimarsi alle nostre case la mano adunca della notte oscura, noi, maggiorenti, tenutari e protettori del paese facciamo appello a Te, popolo generoso e indomito, perché la notte venga ricacciata su per le valli, che con tanta tracotante baldanza viene discendendo verso la nostra terra.
Ti chiediamo di rinnovare la tua fiducia in noi, maggiorenti, tenutari e protettori del paese ed al nostro comando far di ogni uomo una barriera si che la notte s'arresti sull'altra sponda del fiume che sussurra.
A te, popolo che ancora si solleva, noi, maggiorenti, tenutari e protettori del paese, faciamo qui solenne promessa che se la notte venisse scongiurata - senza fallo e pure senza tema – questa volta daremo sollecita attuazione a tutto quanto segue.
Per primo, che ad ognuno sia resa stabile la vita. Senza che alcuno debba soffrir le pene dell'incertezza e la prepotenza di chi della sua condizione s'approfitta.
Per secondo, che ad ognuno si riconosciuto un più equo guiderdone per la sua fatica.
Per terzo che sia accolto come si conviene chi giunge nel paese per bisogno senza esser fatto schiavo alla catena.
Per quarto che alla prole di ciascuno sia fornita un'acconcia e completa educazione.
Per quinto che l'acqua a ciascuno sia fornita senza che alcuno sul diritto lucri.
Per sesto che la guerra sia bandita come pure l'armi dei pacificatori.
Per settimo che a ciascuno sian garantiti i medesimi diritti e che ognuno s'accasi come meglio crede.
Per ottavo che la legge sia fatta e valga per tutti mentre ognuno creda in quel che vuole credere
Per nono che non venga esposto sulla gogna il giudice che indaga sul potente
Per decimo che nessun possa comandare sol perché possiede i tre balconi dell'arringo.
Scusate se, misero, son tardo - fece dall'uscio della sua casa l'Aldo -
ma pari pari m'appaiono qui messe, le vecchie e inmantenute nobili promesse.
Che vuoi capirne tu, misero nessuno - rispose a lui quel messo – di quanto sia complesso tener in conto l'interesse di ciascuno?!
Bene parlasti, mio esplicito messere, e in mezzo a quei ciascuno che tanto hanno da avere, mi scopro ancora, e solo, nient’altro che nessuno.
E dal nessuno, nessuna utilità può mai venire, per ogni tenzone che si vuole imbastire.
Le vostre truppe, mie cari signori, tra i vostri ciascuno dovran saltar fuori.
La notte è buia e sgradevole assai e a casa mia non la vorrei mai.
Ma se la brace non è affatto bella non è che riluccichi la vostra padella
E fu così che, quasi senza lottare, su quel triste paese iniziò a scureggiare.
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giovedì 7 febbraio 2008
domenica 27 gennaio 2008
Il burlone
C'era una volta uno lontano villaggio dove un burlone passava per saggio.
Ognuno pendeva alle labbra d'Ubaldo - questo era il nome del nostro ribaldo -
che, senza tema di venire smentito, delle stesse parole rovesciava il partito.
Ubaldo era bello, la sua voce tonante, ed ogni sua azione ... rassicurante,
come poteva il villano pensare che quell'Ubaldo lo stesse a gabbare?
La neve era calda, il fuoco bagnato, la luna nel pozzo e il somaro volato:
tutto possibile, vero e reale, purché nessuno si fermasse a pensare.
E in quel villaggio di un tempo passato, nessuno a pensare si era in vero fermato.
Ed era così che dal suo rosso casato, il signore di un Monte gridava indignato
per la pretesa dei suoi contadini d'esser sfamati coi suoi fiorini
Fannulloni! - Gridava alla folla, proprio chi mai aveva smosso una zolla -
Siete la rovina della nostra economia, che si misura da quanto ho a casa mia!
E i vecchi restavano a zappare, perché i giovani potessero ... zappare.
E chi i villani diceva nel suo cuore, a randellate li prendeva a tutte l'ore.
Se il futuro per i giovani era incerto, grandi cose si adottavan di concerto
e per fare la più pura cortesia, rapinavano i ragazzi per la via.
E il borgomastro se ne andava delirando, che il futuro si conquista ritornando
ai bei tempi dalla vita più serena, con i villani ben tenuti alla catena.
E la cosa piano piano si può fare: basta dire che si vuole riformare
mentre, colla mano d'un'artista, si cancella passo passo ogni conquista.
Ladri, imbroglioni e i fieri assassini, tutti erano gli ospiti di grandi festini.
Coi giudici impegnati alla bisogna trascinati nella piazza sulla gogna.
Col più lesto dei furfanti che si lagna di non essere cantato in pompa magna:
non gli basta che per fare il suo mestiere, sia già stato nominato cavaliere
e galoppi tra le terre d'altri e sue, sulla groppa di quel popolo che è un bue.
L'acqua, l'aria e quant'altro da spartire a Geremia era dato in affido da gestire.
Per mestiere egli faceva l'usuraio, ben curando sempre il suo salvadanaio.
Chi più d'egli può sfruttare con perizia quel che a tutti serve a viver con letizia?
Certo, lui rimpignua la scarsella lesto lesto e al servizio pensa solo se c'è il resto,
ma più bravo di sicuro non ce n'è, di chi pensa veramente solo a sé.
La guerra era pace, il bianco era nero, Il rosso sbiadiva insieme al pensiero.
Il lontano villaggio era così che viveva, coll'astuto Ubaldo che se la rideva.
Finché non comparve la bella Miranda con la sua solita e brusca domanda.
La bella Miranda – non era mistero – giunse al villaggio seguendo il sentiero
e ad ogni passo che di strada faceva la stessa cosa a ciascuno chiedendeva:
L'Ubaldo ha gran voce ed è bello assai, ma di quello che dice la prova non hai.
Com'è che a ogni cosa hai sempre creduto, senza tema che in fallo lui sia mai caduto?
Sudava il villano, l'oste e il messere, quando Miranda lo metteva a sedere
e lo guidava sul duro sentiero dove, in cammino, fiorisce un pensiero.
E piano piano fu proprio così che il lontano villaggio infine fiorì.
Furente l'Ubaldo corse ai ripari, guidando il coro dei mille somari
Raglio su raglio il concerto partì ed ogni suono ovviamente zittì
Leva, paterna, l'Ubaldo la mano e nel silenzio lo ascoltan lontano:
Ecco servito per lor signori l'unico canto dei professori.
Nulla è possibile diverso da loro e non ascoltate chi è fuori dal coro.
Son solo inutili sogni, utopie, fole pei bimbi, fantasmi, malie.
Non vi cacciate in testa un pensiero e della carota seguite il sentiero.
E' questo il mondo che dinanzi vi stà e ve lo dico con tutta onestà.
E fu così che per un po' il lontano villaggio al burlone tornò.
Ma il piccolo seme d'una domanda aveva lasciato la bella Miranda
e, tra ragli, somari e un randello, un giorno, alla fine, fiorì pure quello.
Ognuno pendeva alle labbra d'Ubaldo - questo era il nome del nostro ribaldo -
che, senza tema di venire smentito, delle stesse parole rovesciava il partito.
Ubaldo era bello, la sua voce tonante, ed ogni sua azione ... rassicurante,
come poteva il villano pensare che quell'Ubaldo lo stesse a gabbare?
La neve era calda, il fuoco bagnato, la luna nel pozzo e il somaro volato:
tutto possibile, vero e reale, purché nessuno si fermasse a pensare.
E in quel villaggio di un tempo passato, nessuno a pensare si era in vero fermato.
Ed era così che dal suo rosso casato, il signore di un Monte gridava indignato
per la pretesa dei suoi contadini d'esser sfamati coi suoi fiorini
Fannulloni! - Gridava alla folla, proprio chi mai aveva smosso una zolla -
Siete la rovina della nostra economia, che si misura da quanto ho a casa mia!
E i vecchi restavano a zappare, perché i giovani potessero ... zappare.
E chi i villani diceva nel suo cuore, a randellate li prendeva a tutte l'ore.
Se il futuro per i giovani era incerto, grandi cose si adottavan di concerto
e per fare la più pura cortesia, rapinavano i ragazzi per la via.
E il borgomastro se ne andava delirando, che il futuro si conquista ritornando
ai bei tempi dalla vita più serena, con i villani ben tenuti alla catena.
E la cosa piano piano si può fare: basta dire che si vuole riformare
mentre, colla mano d'un'artista, si cancella passo passo ogni conquista.
Ladri, imbroglioni e i fieri assassini, tutti erano gli ospiti di grandi festini.
Coi giudici impegnati alla bisogna trascinati nella piazza sulla gogna.
Col più lesto dei furfanti che si lagna di non essere cantato in pompa magna:
non gli basta che per fare il suo mestiere, sia già stato nominato cavaliere
e galoppi tra le terre d'altri e sue, sulla groppa di quel popolo che è un bue.
L'acqua, l'aria e quant'altro da spartire a Geremia era dato in affido da gestire.
Per mestiere egli faceva l'usuraio, ben curando sempre il suo salvadanaio.
Chi più d'egli può sfruttare con perizia quel che a tutti serve a viver con letizia?
Certo, lui rimpignua la scarsella lesto lesto e al servizio pensa solo se c'è il resto,
ma più bravo di sicuro non ce n'è, di chi pensa veramente solo a sé.
La guerra era pace, il bianco era nero, Il rosso sbiadiva insieme al pensiero.
Il lontano villaggio era così che viveva, coll'astuto Ubaldo che se la rideva.
Finché non comparve la bella Miranda con la sua solita e brusca domanda.
La bella Miranda – non era mistero – giunse al villaggio seguendo il sentiero
e ad ogni passo che di strada faceva la stessa cosa a ciascuno chiedendeva:
L'Ubaldo ha gran voce ed è bello assai, ma di quello che dice la prova non hai.
Com'è che a ogni cosa hai sempre creduto, senza tema che in fallo lui sia mai caduto?
Sudava il villano, l'oste e il messere, quando Miranda lo metteva a sedere
e lo guidava sul duro sentiero dove, in cammino, fiorisce un pensiero.
E piano piano fu proprio così che il lontano villaggio infine fiorì.
Furente l'Ubaldo corse ai ripari, guidando il coro dei mille somari
Raglio su raglio il concerto partì ed ogni suono ovviamente zittì
Leva, paterna, l'Ubaldo la mano e nel silenzio lo ascoltan lontano:
Ecco servito per lor signori l'unico canto dei professori.
Nulla è possibile diverso da loro e non ascoltate chi è fuori dal coro.
Son solo inutili sogni, utopie, fole pei bimbi, fantasmi, malie.
Non vi cacciate in testa un pensiero e della carota seguite il sentiero.
E' questo il mondo che dinanzi vi stà e ve lo dico con tutta onestà.
E fu così che per un po' il lontano villaggio al burlone tornò.
Ma il piccolo seme d'una domanda aveva lasciato la bella Miranda
e, tra ragli, somari e un randello, un giorno, alla fine, fiorì pure quello.
martedì 27 novembre 2007
Il castello incantato
C’era una volta un castello incantato.
Principi, dame, duchesse e cavalieri, vi vivevano felici e lontani dai pensieri.
Il castello esaudiva misteriosamente qualunque desiderio venisse loro in mente.
Pranzi succulenti, vini prelibati, vesti risplendenti e mobili dorati.
Ogni cosa compariva per magia, con la consona e dovuta cortesia.
Cavalieri, dame, principi e duchesse, non si curavano di come si potesse.
I principi, pensavano che ciò spettasse al rango: per nascita elevati su chi vive nel fango.
Le dame, credevano che fosse alla beltà, che l’agio e il privilegio in pieno si confà.
In armi, i cavalieri erano certi di sapere che ogni diritto fosse nel nobile mestiere.
Per le duchesse, avvezze a intrigo e inganno, ogni rinunzia si pronunziava danno.
C’era una volta quel castello incantato, ma per ogni altro rimaneva sbarrato.
Duchesse, principi, cavalieri e dame, un avviso mandavano a tutto il reame:
Il castello, di spazio più non ne ha, ed è appena bastante per chi già ci stà.
Tieniti al largo, villano impudente, o ti faremo patir certamente.
Sei nato villano e ti tocca soffrire, noi siamo signori e ci spetta gioire.
Del castello, l’incanto, a noi tutto spetta e tu torna in dietro con la tua carretta.
Senza inveire alla tua malasorte, senza invidiare chi vive a corte.
Perché se tu guardi dietro di te, qualcun che stia peggio di certo ce n’è.
E se proprio nessuno riesci a vedere, gioisci, perché più in basso non puoi certo cadere.
Il castello incantato una volta c’era, ma ogni occupante mai sazio era.
Dame, duchesse, cavalieri e principi, tutti, avevano la fame ch’è tipica dei … principi.
Ad ogni boccone che comincia a masticare, invece di calare quella prende ad aumentare.
E i cavalieri, volevano che il pranzo, nette, nette, di portate ne avesse trentasette.
Ed i principi, volevano di vino più del re, e ogni giorno di botti trentatré.
E le dame di vesti rispendenti, ogni giorno almeno centoventi,
E le duchesse i mobili dorati, nelle stanze sette volte rinnovati.
E mentre il castello incantato c’era, nel contado, la fame era sempre più nera.
Non si sapeva come e neanche il perché, ma nulla restava pur lavorando per tre.
E se non sbaglio, fu proprio di maggio, quando quel popolo prese coraggio,
e alla ricerca della ragione, del grande mago bussò al portone.
Chi è che disturba l’arcana scienza, dov’è impegnata la mia sapienza?
Chiese il gran mago con voce tonante, mentre il contado arretrava tremante.
O sommo Aginulfo, grand’uomo sapiente - gli disse un ragazzo un poco incosciente.
Noi tutti sudiamo la fatica più dura e nel nostro lavoro mettiamo premura
Ma tutto questo dà miseri frutti, che certamente non bastan per tutti.
Tu spiegaci adesso, per cortesia, com’è possibile questa malia.
Il sommo Aginulfo, da mago qual’era, dal sul mantello trasse la sfera
Con una mano la sollevò e con la bacchetta poi la sfiorò.
Subito apparve un poco velato, il noto profilo del castello incantato.
Ecco svelato dove finisce, tutto il lavoro che vi sfinisce.
Non c’è malia e non può esserci incanto, senza qualcuno che paghi quel tanto.
Tant’è la ricchezza che nel castello fiorisce, tant’è la miseria che il contado patisce.
Il popolo, scoperto l’arcano, a casa tornò, e lì, pian pianino, finalmente s’infuriò.
E in verità rimase infuriato, finché demolì il castello incantato.
Resta alla fine una certezza da fare propria senza amarezza:
non c’è ricchezza e non c’è fortuna, senza che alcuno patisca sfortuna
Ogni ricchezza non meritata al lavoro di altri è sempre rubata.
Principi, dame, duchesse e cavalieri, vi vivevano felici e lontani dai pensieri.
Il castello esaudiva misteriosamente qualunque desiderio venisse loro in mente.
Pranzi succulenti, vini prelibati, vesti risplendenti e mobili dorati.
Ogni cosa compariva per magia, con la consona e dovuta cortesia.
Cavalieri, dame, principi e duchesse, non si curavano di come si potesse.
I principi, pensavano che ciò spettasse al rango: per nascita elevati su chi vive nel fango.
Le dame, credevano che fosse alla beltà, che l’agio e il privilegio in pieno si confà.
In armi, i cavalieri erano certi di sapere che ogni diritto fosse nel nobile mestiere.
Per le duchesse, avvezze a intrigo e inganno, ogni rinunzia si pronunziava danno.
C’era una volta quel castello incantato, ma per ogni altro rimaneva sbarrato.
Duchesse, principi, cavalieri e dame, un avviso mandavano a tutto il reame:
Il castello, di spazio più non ne ha, ed è appena bastante per chi già ci stà.
Tieniti al largo, villano impudente, o ti faremo patir certamente.
Sei nato villano e ti tocca soffrire, noi siamo signori e ci spetta gioire.
Del castello, l’incanto, a noi tutto spetta e tu torna in dietro con la tua carretta.
Senza inveire alla tua malasorte, senza invidiare chi vive a corte.
Perché se tu guardi dietro di te, qualcun che stia peggio di certo ce n’è.
E se proprio nessuno riesci a vedere, gioisci, perché più in basso non puoi certo cadere.
Il castello incantato una volta c’era, ma ogni occupante mai sazio era.
Dame, duchesse, cavalieri e principi, tutti, avevano la fame ch’è tipica dei … principi.
Ad ogni boccone che comincia a masticare, invece di calare quella prende ad aumentare.
E i cavalieri, volevano che il pranzo, nette, nette, di portate ne avesse trentasette.
Ed i principi, volevano di vino più del re, e ogni giorno di botti trentatré.
E le dame di vesti rispendenti, ogni giorno almeno centoventi,
E le duchesse i mobili dorati, nelle stanze sette volte rinnovati.
E mentre il castello incantato c’era, nel contado, la fame era sempre più nera.
Non si sapeva come e neanche il perché, ma nulla restava pur lavorando per tre.
E se non sbaglio, fu proprio di maggio, quando quel popolo prese coraggio,
e alla ricerca della ragione, del grande mago bussò al portone.
Chi è che disturba l’arcana scienza, dov’è impegnata la mia sapienza?
Chiese il gran mago con voce tonante, mentre il contado arretrava tremante.
O sommo Aginulfo, grand’uomo sapiente - gli disse un ragazzo un poco incosciente.
Noi tutti sudiamo la fatica più dura e nel nostro lavoro mettiamo premura
Ma tutto questo dà miseri frutti, che certamente non bastan per tutti.
Tu spiegaci adesso, per cortesia, com’è possibile questa malia.
Il sommo Aginulfo, da mago qual’era, dal sul mantello trasse la sfera
Con una mano la sollevò e con la bacchetta poi la sfiorò.
Subito apparve un poco velato, il noto profilo del castello incantato.
Ecco svelato dove finisce, tutto il lavoro che vi sfinisce.
Non c’è malia e non può esserci incanto, senza qualcuno che paghi quel tanto.
Tant’è la ricchezza che nel castello fiorisce, tant’è la miseria che il contado patisce.
Il popolo, scoperto l’arcano, a casa tornò, e lì, pian pianino, finalmente s’infuriò.
E in verità rimase infuriato, finché demolì il castello incantato.
Resta alla fine una certezza da fare propria senza amarezza:
non c’è ricchezza e non c’è fortuna, senza che alcuno patisca sfortuna
Ogni ricchezza non meritata al lavoro di altri è sempre rubata.
Gli orchi e il villaggio
C’era una volta un bosco.
E nel folto, più folto che c’è, tre grandi orchi vi avevan dimora.
Asdrubale, Temistocle ed Annibale.
Nel villaggio al limitare del bosco, della cosa nessuno si faceva cruccio.
Asdrubale, Temistocle ed Annibale erano infatti degli orchi proprio a modo e, senza stravaganze né sorprese, nelle loro attività, si attenevano alle attese.
Come ognuno, infatti, si aspetta, senza fallo e quasi di fretta,
coi bambini sperduti nel bosco, cucinavano un tenero arrosto.
Nessuno della cosa si faceva cruccio, nel villaggio al limitare del bosco.
Dei bimbi,
molti prendevan del bosco la via, in specie nei tempi di carestia.
Porta la merenda alla nonnina – diceva la mammina alla piccola bambina – e, per fare ancora più in fretta, prendi la strada del bosco più stretta.
E non dimenticare la mantella – quella rossa, proprio quella – in modo che lontano ti si noti e di te si dican lodi.
Va’ coi fratelli a raccoglier la legna – diceva il papà al più piccino – Va’ dove il folto è più folto che c’è, lì c’è più legna già pronta per te.
Ma venne il giorno che in questo villaggio, giunse Bernardo con il suo paggio.
Cavaliere egli era, e assai valente, di spirito indomito e di coraggio ardente.
Prese dimora nella locanda e all’oste fece questa domanda:
Io per il mondo raddrizzo torti ed ora qui sono a caccia di orchi.
Mi è stato detto nella casa del re, che qua ne posso trovare ben tre.
Tu sei del posto e rispondimi allora, dove si trova la loro dimora?
Io son del posto – rispose l’oste – ma è meglio che altri ti dian le risposte.
Così risposto si dileguò e col borgomastro, dopo, tornò.
Mio caro e valente cavaliere, io non voglio insegnarle il mestiere – disse a Ser Bernardo il borgomastro – Ma in brevi parole ti voglio spiegare, perché questi tre orchi qui possono stare.
Certo, son brutti e malevoli assai, e di pietà non ne mostrano mai.
Ma questo è quello che orchi li fa e non c’è cosa che li cambierà.
La loro fama, che ha varcato i confini, da questa terra allontana i vicini.
I frutti dei campi ed ogni altra ricchezza così son sicuri come nella fortezza.
Certo, di bimbi da fare a fette, solo quest’anno ne han presi già sette.
Ma una mercede bisogna pagare, se senza affanni si vuole campare.
Senza alcun dubbio sarebbe più bello, se non finisse arrosto il monello.
Ma nessuno è disposto a pietire, se dalla cosa dovesse patire.
Ecco spiegato perché, coi difetti, il villaggio quest’orchi li accetti.
Ora riprendi la spada e il tuo paggio, e senza lotta abbandona il villaggio.
Bernado, un poco interdetto, senza parole uscì da quel tetto.
Con la sua spada e con il suo paggio, presa la strada, se ne andò dal villaggio.
Ma rispondendo al proprio pensiero, proprio del bosco prese il sentiero.
Quando fu nel folto più folto che c’è, a grande voce chiamò proprio i tre.
Asdrubale, Temistocle ed Annibale si chiesero chi fosse che si volesse male.
Sono Bernardo, cavaliere cacciatore e di orrendi orchi gran sterminatore.
Asdrubale sarei, ma orrendo ci sarai.
Messere mio sbruffone, Temistocle è il mio nome,
Annibale ti sta’ invitando a tavola, mia cara carne in scatola.
Signori, fraintendete l’intenzione, non ho voglia di battermi in tenzone.
Nel villaggio ho scoperto casualmente quanti mostri se ne stanno tra le gente.
Mentre voi lo dichiarate apertamente, quelli provano a mostrarsi brava gente.
Lascio stare gli onest’orchi per la via, e la caccia ora do all’ipocrisia.
Ma una cosa voglio darvi con il cuore e di usarla poi vi chiedo per favore.
La ricetta di un brasato sopraffino, che ogni carne rende simile a bambino.
Ma se proprio devo dire quel che è, di borgomastro superiore non ce n’è.
E nel folto, più folto che c’è, tre grandi orchi vi avevan dimora.
Asdrubale, Temistocle ed Annibale.
Nel villaggio al limitare del bosco, della cosa nessuno si faceva cruccio.
Asdrubale, Temistocle ed Annibale erano infatti degli orchi proprio a modo e, senza stravaganze né sorprese, nelle loro attività, si attenevano alle attese.
Come ognuno, infatti, si aspetta, senza fallo e quasi di fretta,
coi bambini sperduti nel bosco, cucinavano un tenero arrosto.
Nessuno della cosa si faceva cruccio, nel villaggio al limitare del bosco.
Dei bimbi,
molti prendevan del bosco la via, in specie nei tempi di carestia.
Porta la merenda alla nonnina – diceva la mammina alla piccola bambina – e, per fare ancora più in fretta, prendi la strada del bosco più stretta.
E non dimenticare la mantella – quella rossa, proprio quella – in modo che lontano ti si noti e di te si dican lodi.
Va’ coi fratelli a raccoglier la legna – diceva il papà al più piccino – Va’ dove il folto è più folto che c’è, lì c’è più legna già pronta per te.
Ma venne il giorno che in questo villaggio, giunse Bernardo con il suo paggio.
Cavaliere egli era, e assai valente, di spirito indomito e di coraggio ardente.
Prese dimora nella locanda e all’oste fece questa domanda:
Io per il mondo raddrizzo torti ed ora qui sono a caccia di orchi.
Mi è stato detto nella casa del re, che qua ne posso trovare ben tre.
Tu sei del posto e rispondimi allora, dove si trova la loro dimora?
Io son del posto – rispose l’oste – ma è meglio che altri ti dian le risposte.
Così risposto si dileguò e col borgomastro, dopo, tornò.
Mio caro e valente cavaliere, io non voglio insegnarle il mestiere – disse a Ser Bernardo il borgomastro – Ma in brevi parole ti voglio spiegare, perché questi tre orchi qui possono stare.
Certo, son brutti e malevoli assai, e di pietà non ne mostrano mai.
Ma questo è quello che orchi li fa e non c’è cosa che li cambierà.
La loro fama, che ha varcato i confini, da questa terra allontana i vicini.
I frutti dei campi ed ogni altra ricchezza così son sicuri come nella fortezza.
Certo, di bimbi da fare a fette, solo quest’anno ne han presi già sette.
Ma una mercede bisogna pagare, se senza affanni si vuole campare.
Senza alcun dubbio sarebbe più bello, se non finisse arrosto il monello.
Ma nessuno è disposto a pietire, se dalla cosa dovesse patire.
Ecco spiegato perché, coi difetti, il villaggio quest’orchi li accetti.
Ora riprendi la spada e il tuo paggio, e senza lotta abbandona il villaggio.
Bernado, un poco interdetto, senza parole uscì da quel tetto.
Con la sua spada e con il suo paggio, presa la strada, se ne andò dal villaggio.
Ma rispondendo al proprio pensiero, proprio del bosco prese il sentiero.
Quando fu nel folto più folto che c’è, a grande voce chiamò proprio i tre.
Asdrubale, Temistocle ed Annibale si chiesero chi fosse che si volesse male.
Sono Bernardo, cavaliere cacciatore e di orrendi orchi gran sterminatore.
Asdrubale sarei, ma orrendo ci sarai.
Messere mio sbruffone, Temistocle è il mio nome,
Annibale ti sta’ invitando a tavola, mia cara carne in scatola.
Signori, fraintendete l’intenzione, non ho voglia di battermi in tenzone.
Nel villaggio ho scoperto casualmente quanti mostri se ne stanno tra le gente.
Mentre voi lo dichiarate apertamente, quelli provano a mostrarsi brava gente.
Lascio stare gli onest’orchi per la via, e la caccia ora do all’ipocrisia.
Ma una cosa voglio darvi con il cuore e di usarla poi vi chiedo per favore.
La ricetta di un brasato sopraffino, che ogni carne rende simile a bambino.
Ma se proprio devo dire quel che è, di borgomastro superiore non ce n’è.
I tre fratelli
C’erano una volte tre fratelli, Giacomo, Timoteo e Tommaso, che vivevano nella casa del padre.
Benché grandi, ed in vero formati, continuavano a dipendere dall’anziano genitore, che nei campi seguivano al lavoro.
Anche se vivevano in tre, ciascuno pensava per sé.
Giacomo, di Timoteo e Tommaso mai si curava.
Timoteo, per Tommaso e Giacomo non mostrava interesse.
Tommaso, con Giacomo e Timoteo non aveva discussione.
Un giorno il padre li chiamò accanto a sé.
Cari figlioli, io sono vecchio – disse loro – Ed è giunto il momento che ognuno di voi vada per la propria strada. Eccovi, a testa, trenta denari, che ad ognuno di voi serviranno per costruire la propria casa.
Ed ogni fratello, anche in questa occasione, pensò a propri affari e dei fratelli non si curò.
Giacomo, il più giovane, per prima cosa pensò di festeggiare l’improvvisa ricchezza.
E nel paese organizzò una gran festa.
Chiamò tutti, financo dai villaggi vicini. E tutti accorsero al grande banchetto.
Che per tre giorni fu ricco di paste, brasati ed arrosti.
Bagnato di vini, sia bianchi che rossi.
Quando la festa alla fine scemò, il prodigo Giacomo con un denaro si ritrovò.
Con quel poco che gli era rimasto, solo la paglia poté comperare.
E con il fango che sul posto trovò, una capanna si preparò.
A Tommaso, il fratello più grande, ben altre cose passarono in mente.
E fin da subito si mise a pensare come quei soldi potevan figliare.
Cinque denari a interesse prestò, a qualcheduno che mai ritornò.
Dieci denari in un gregge investì, che d’improvvisa malamorte perì.
Sette denari al mercato perdette, comprando e vendendo sette giorni su sette.
Sette denari se ne andarono in fumo, in quel che d’affare aveva solo il profumo.
Un denaro, infine, al frate lo diede, perché quella iella gli desse un po’ requie.
Rimasto alla fine senza denaro, solo di frasche di fece un riparo.
Timoteo, il fratello di mezzo, a faticare era un poco più avvezzo.
E senza indugio, senza farsi sentire, subito casa iniziò a costruire.
Da mastro Pippo prese i mattoni.
Sa sora Marta comprò la malta.
Da Pino e Gino, che sono fratelli, prese la legna, i chiodi e i martelli.
E per finire da mastro Geppetto, quel che serviva per fare il tetto.
Lavorò sodo, dall’alba al tramonto, fino a che tutto, alla fine, fu pronto.
E a quella fine poté constatare che su cinque denari potava ancora contare.
Già alla soglia, felice, s’appresta, quando una mano alla spalla lo arresta.
Messer Timoteo, dove pensi di andare? – chiede la guardia che lo tiene a parlare.
In questa mia casa, dove voglio abitare – rispose Timoteo sereno.
Tua casa? Sai dirmi, Timoteo, di chi sia il terreno?
Tace Timoteo, un po’ meno sereno.
La terra che vedi è di Lupo, il messere, che nel contado è nomato Ezechiele.
Questa tua casa qui non può rimanere, ed or con un soffio la faremo cadere.
Quando alla vista l’avrem fatta sparire, con i suoi cocci dovrai ripartire.
Prima, però, hai da pagare l’ammenda, se tu non vuoi che la prigione ti attenda.
Dieci denari la cosa ti costa.
Presto, ora dimmi, qual’è la risposta?
Cinque, sono i denari che mi sono rimasti.
La prego, signore, non pensa che basti?
Mi segua, Timoteo, che la prigione l’attende, amaro rifugio per ogni pezzente.
In questa fiaba morale non c’è.
Se non che chi è solo e pensa per se, difficilmente ottiene per tre.
Se, poi, fortunato neppure lo è, neanche quel poco mantiene per sé.
Benché grandi, ed in vero formati, continuavano a dipendere dall’anziano genitore, che nei campi seguivano al lavoro.
Anche se vivevano in tre, ciascuno pensava per sé.
Giacomo, di Timoteo e Tommaso mai si curava.
Timoteo, per Tommaso e Giacomo non mostrava interesse.
Tommaso, con Giacomo e Timoteo non aveva discussione.
Un giorno il padre li chiamò accanto a sé.
Cari figlioli, io sono vecchio – disse loro – Ed è giunto il momento che ognuno di voi vada per la propria strada. Eccovi, a testa, trenta denari, che ad ognuno di voi serviranno per costruire la propria casa.
Ed ogni fratello, anche in questa occasione, pensò a propri affari e dei fratelli non si curò.
Giacomo, il più giovane, per prima cosa pensò di festeggiare l’improvvisa ricchezza.
E nel paese organizzò una gran festa.
Chiamò tutti, financo dai villaggi vicini. E tutti accorsero al grande banchetto.
Che per tre giorni fu ricco di paste, brasati ed arrosti.
Bagnato di vini, sia bianchi che rossi.
Quando la festa alla fine scemò, il prodigo Giacomo con un denaro si ritrovò.
Con quel poco che gli era rimasto, solo la paglia poté comperare.
E con il fango che sul posto trovò, una capanna si preparò.
A Tommaso, il fratello più grande, ben altre cose passarono in mente.
E fin da subito si mise a pensare come quei soldi potevan figliare.
Cinque denari a interesse prestò, a qualcheduno che mai ritornò.
Dieci denari in un gregge investì, che d’improvvisa malamorte perì.
Sette denari al mercato perdette, comprando e vendendo sette giorni su sette.
Sette denari se ne andarono in fumo, in quel che d’affare aveva solo il profumo.
Un denaro, infine, al frate lo diede, perché quella iella gli desse un po’ requie.
Rimasto alla fine senza denaro, solo di frasche di fece un riparo.
Timoteo, il fratello di mezzo, a faticare era un poco più avvezzo.
E senza indugio, senza farsi sentire, subito casa iniziò a costruire.
Da mastro Pippo prese i mattoni.
Sa sora Marta comprò la malta.
Da Pino e Gino, che sono fratelli, prese la legna, i chiodi e i martelli.
E per finire da mastro Geppetto, quel che serviva per fare il tetto.
Lavorò sodo, dall’alba al tramonto, fino a che tutto, alla fine, fu pronto.
E a quella fine poté constatare che su cinque denari potava ancora contare.
Già alla soglia, felice, s’appresta, quando una mano alla spalla lo arresta.
Messer Timoteo, dove pensi di andare? – chiede la guardia che lo tiene a parlare.
In questa mia casa, dove voglio abitare – rispose Timoteo sereno.
Tua casa? Sai dirmi, Timoteo, di chi sia il terreno?
Tace Timoteo, un po’ meno sereno.
La terra che vedi è di Lupo, il messere, che nel contado è nomato Ezechiele.
Questa tua casa qui non può rimanere, ed or con un soffio la faremo cadere.
Quando alla vista l’avrem fatta sparire, con i suoi cocci dovrai ripartire.
Prima, però, hai da pagare l’ammenda, se tu non vuoi che la prigione ti attenda.
Dieci denari la cosa ti costa.
Presto, ora dimmi, qual’è la risposta?
Cinque, sono i denari che mi sono rimasti.
La prego, signore, non pensa che basti?
Mi segua, Timoteo, che la prigione l’attende, amaro rifugio per ogni pezzente.
In questa fiaba morale non c’è.
Se non che chi è solo e pensa per se, difficilmente ottiene per tre.
Se, poi, fortunato neppure lo è, neanche quel poco mantiene per sé.
La casina nel bosco
C’era una volta un contadino che abitava sul limitare del bosco.
Nella modesta casa vivevano con lui la moglie ed i suoi due anziani zii.
La terra del suo campo era magra e dura e ben misero era il frutto della sua fatica.
Ogni sera la moglie, nel buio dell’alcova, si lamentava con lui per gli stenti che dovevano patire.
E ancor di più per il peso di quegli anziani zii, assai famelici, a suo dire.
E venne il giorno che quel contadino prese di petto la situazione, decidendo di metter fuori casa i suoi vecchi parenti.
Andiamo per il bosco a ricercar lamponi – propose all’ignara coppia.
E li condusse nel profondo più profondo del bosco e lì li abbandonò, con l’intenzione di bloccare il saliscendi della porta, nel caso i vecchi riuscissero a trovar la strada per il ritorno.
Quando già s’approssimava la notte, i due vecchi compresero quel che era avvenuto ed esclamarono in coro:
Un’altra volta?!
(Hansel e Gretel si chiamavano i due … e a qualcuno sono noti per un’altra storia)
Avvezzi alla circostanza, i due vecchini non si persero d’animo e si misero subito in cammino.
E cammina, cammina, incontrarono un uccellino che appariva, in vero, molto soddisfatto.
Uccellino, di che sei fatto sazio? – chiesero i vecchini.
Delle mollichine che uno stupido bambino va seminando per il bosco – rispose l’uccellino.
(Il bosco era una soluzione molto gettonata in periodi di carestia)
E i due vecchini ripreso il cammino.
E cammina, cammina, arrivarono ad una piccola casina.
Questo posto mi ricorda qualcosa – disse Hansel.
Ho lasciato il forno acceso! – esclamò Gretel, colpendosi la fronte col palmo della mano.
Ma sulla soglia di quella tal casina, c’era adesso una vispa ragazzina che sembrava li stesse ad aspettare e che adesso l’invitasse ad entrare.
Che fate, nonnini, a quest’ora per il bosco?
Cerchiamo un rifugio per la notte, piccola bambina – risposero i vecchini.
E non avete casa?
L’avevamo. Ma il nipote, ingrato, quest’oggi ci ha scacciato.
Entrate allora nella mia casina. Avrete paglia fresca ed anche semolino per fare la minestra.
Ed Hansel e Gretel si decisero ad entrare, in quella casa, che pareva di torrone e sembrava marzapane.
Sotto il grande paiolo il fuoco stava acceso e, chiusa la porta, da dove stava appeso, la bimba un gran coltello prese.
Che fai, cara bambina? – Gretel le domandò.
Solo un brodino.
E a che ti serve ora il coltello?
E la mia mamma che m’ha insegnato il modo: nonnina vecchia fa il buon brodo.
E questo detto, si lanciò all’assalto.
Ma Hansel e Gretel, come sappiamo, erano già avvezzi.
E mentre Gretel schivava la lama, Hansel colpiva la streghetta con nodoso randello su cui s’era sorretto nel camino.
Dritta nel paiolo finì così la strega, andata per lessare e poi rimasta lessa.
All’alba ripresero il cammino, conoscendo già la strada dov’erano in passato già passati i loro passi.
Giunti alla casa al limitare del bosco, sorpresero il nipote e gli furono addosso.
Nipote del malanno – gli dissero severi – E’ così che ci ringrazi per averti allevato?
Noi ti abbiamo nutrito e tu ci hai abbandonato?
Miei cari zii la colpa non fu mia, questa è una terra di dura carestia.
Nipote bello, questa è la terrà che a te più si confà: arida, come il cuore che nel tuo petto stà.
E fu così che pure in tarda età, Hansel e Gretel dovettero imparare che è sempre meglio un poco diffidare di chi nel bosco ti vuole trascinare.
E che di case di torrone, oppure marzapane, nel bosco non ce n’è se non nell’illusione di chi di te si vuol fare un boccone.
Nella modesta casa vivevano con lui la moglie ed i suoi due anziani zii.
La terra del suo campo era magra e dura e ben misero era il frutto della sua fatica.
Ogni sera la moglie, nel buio dell’alcova, si lamentava con lui per gli stenti che dovevano patire.
E ancor di più per il peso di quegli anziani zii, assai famelici, a suo dire.
E venne il giorno che quel contadino prese di petto la situazione, decidendo di metter fuori casa i suoi vecchi parenti.
Andiamo per il bosco a ricercar lamponi – propose all’ignara coppia.
E li condusse nel profondo più profondo del bosco e lì li abbandonò, con l’intenzione di bloccare il saliscendi della porta, nel caso i vecchi riuscissero a trovar la strada per il ritorno.
Quando già s’approssimava la notte, i due vecchi compresero quel che era avvenuto ed esclamarono in coro:
Un’altra volta?!
(Hansel e Gretel si chiamavano i due … e a qualcuno sono noti per un’altra storia)
Avvezzi alla circostanza, i due vecchini non si persero d’animo e si misero subito in cammino.
E cammina, cammina, incontrarono un uccellino che appariva, in vero, molto soddisfatto.
Uccellino, di che sei fatto sazio? – chiesero i vecchini.
Delle mollichine che uno stupido bambino va seminando per il bosco – rispose l’uccellino.
(Il bosco era una soluzione molto gettonata in periodi di carestia)
E i due vecchini ripreso il cammino.
E cammina, cammina, arrivarono ad una piccola casina.
Questo posto mi ricorda qualcosa – disse Hansel.
Ho lasciato il forno acceso! – esclamò Gretel, colpendosi la fronte col palmo della mano.
Ma sulla soglia di quella tal casina, c’era adesso una vispa ragazzina che sembrava li stesse ad aspettare e che adesso l’invitasse ad entrare.
Che fate, nonnini, a quest’ora per il bosco?
Cerchiamo un rifugio per la notte, piccola bambina – risposero i vecchini.
E non avete casa?
L’avevamo. Ma il nipote, ingrato, quest’oggi ci ha scacciato.
Entrate allora nella mia casina. Avrete paglia fresca ed anche semolino per fare la minestra.
Ed Hansel e Gretel si decisero ad entrare, in quella casa, che pareva di torrone e sembrava marzapane.
Sotto il grande paiolo il fuoco stava acceso e, chiusa la porta, da dove stava appeso, la bimba un gran coltello prese.
Che fai, cara bambina? – Gretel le domandò.
Solo un brodino.
E a che ti serve ora il coltello?
E la mia mamma che m’ha insegnato il modo: nonnina vecchia fa il buon brodo.
E questo detto, si lanciò all’assalto.
Ma Hansel e Gretel, come sappiamo, erano già avvezzi.
E mentre Gretel schivava la lama, Hansel colpiva la streghetta con nodoso randello su cui s’era sorretto nel camino.
Dritta nel paiolo finì così la strega, andata per lessare e poi rimasta lessa.
All’alba ripresero il cammino, conoscendo già la strada dov’erano in passato già passati i loro passi.
Giunti alla casa al limitare del bosco, sorpresero il nipote e gli furono addosso.
Nipote del malanno – gli dissero severi – E’ così che ci ringrazi per averti allevato?
Noi ti abbiamo nutrito e tu ci hai abbandonato?
Miei cari zii la colpa non fu mia, questa è una terra di dura carestia.
Nipote bello, questa è la terrà che a te più si confà: arida, come il cuore che nel tuo petto stà.
E fu così che pure in tarda età, Hansel e Gretel dovettero imparare che è sempre meglio un poco diffidare di chi nel bosco ti vuole trascinare.
E che di case di torrone, oppure marzapane, nel bosco non ce n’è se non nell’illusione di chi di te si vuol fare un boccone.
Gli occhi della strega
C’era una volta una strega che si chiamava Abelarda.
Ossequiosa dei dettami della sua congrega, e in acconcio con quel nome che le era toccato in sorte, era così impudicamente brutta che bastava - ed le era pure d’avanzo - la mera sua presenza a garantirle gli effetti del suo tenebroso ufficio.
Senza l’ausilio degli esiziali filtri del mestiere e delle arcane cantilene delle sue sorelle, bastava la sua sola vista a inaridire il seno delle madri, a inacidire il vino negli stessi tini, a disseccare interi, rigogliosi campi di verzura.
Abelarda, la strega che c’era una volta, aveva però un bizzarro cruccio:
Tanto avrebbe desiderato poter essere bella.
E un giorno, rimestando nel paiolo:
uova di drago,
lingua di rospo,
fegato di topo,
unghia di ramarro
cuore d’impiccato - fresco di giornata -,
sangue di neonato - appena versato -
e sale grosso q.b. (quanto basta)
trovò la soluzione.
Se bella non poteva divenire, bella aveva da apparire.
E quella notte, per intero, versò la sua pozione, nella fonte che levava la sete alla regione.
A quell’acqua dissetati - uomini, animali e campi - d’ora in avanti, con gli occhi di Abelarda avrebbero guardato.
E da quel giorno, in quel tempo lontano, ciò ch’era bello non venne più amato.
Il brutto, il ritorto, quel ch’era sgraziato, divenne l’oggetto di ogni mercato.
Le giovani donne si facevan megere.
I giovani aitanti si mostravano stanchi.
Ogni bellezza veniva nascosta per degni apparire a quegli occhi di strega.
Abelarda, la strega di quel tempo che fu, non era però troppo contenta.
Certo, ora il suo passaggio suscitava motti e commenti di grande approvazione.
Ma era il lavoro che le era divenuto difficile assai.
Non bastavano filtri, intrugli e malie a soverchiare in uomini, animali e campi, gli effetti benefici del suo nuovo apparire.
E un giorno, rimestando nel paiolo:
uova di pavone,
lingua di manzo,
fegato d’oca,
cipolla ben tritata
pane croccante - fresco di giornata -,
vino bianco secco - appena spillato -
e sale fino q.b. (quanto basta)
- … che volete, non c’erano più i filtri di una volta -
trovò la soluzione.
Se bella non poteva più apparire, doveva dalla vista scomparire.
E un’altra notte, per intero, versò la sua pozione, nella fonte che levava la sete alla regione.
A quell’acqua dissetati, d’ora in avanti, uomini, animali e campi i loro occhi avrebbero ripreso.
Ma l’Abelarda non avrebbero più inteso.
E fu così che il bello tornò bello e il brutto brutto.
E dell’Abelarda non vi fu più l’apparizione.
Ma c’è chi è certo che la strega sia ben desta e si diverta con la sua malia versando ogni tanto una pozione in quella fonte che leva la sete a tutta la regione.
Ossequiosa dei dettami della sua congrega, e in acconcio con quel nome che le era toccato in sorte, era così impudicamente brutta che bastava - ed le era pure d’avanzo - la mera sua presenza a garantirle gli effetti del suo tenebroso ufficio.
Senza l’ausilio degli esiziali filtri del mestiere e delle arcane cantilene delle sue sorelle, bastava la sua sola vista a inaridire il seno delle madri, a inacidire il vino negli stessi tini, a disseccare interi, rigogliosi campi di verzura.
Abelarda, la strega che c’era una volta, aveva però un bizzarro cruccio:
Tanto avrebbe desiderato poter essere bella.
E un giorno, rimestando nel paiolo:
uova di drago,
lingua di rospo,
fegato di topo,
unghia di ramarro
cuore d’impiccato - fresco di giornata -,
sangue di neonato - appena versato -
e sale grosso q.b. (quanto basta)
trovò la soluzione.
Se bella non poteva divenire, bella aveva da apparire.
E quella notte, per intero, versò la sua pozione, nella fonte che levava la sete alla regione.
A quell’acqua dissetati - uomini, animali e campi - d’ora in avanti, con gli occhi di Abelarda avrebbero guardato.
E da quel giorno, in quel tempo lontano, ciò ch’era bello non venne più amato.
Il brutto, il ritorto, quel ch’era sgraziato, divenne l’oggetto di ogni mercato.
Le giovani donne si facevan megere.
I giovani aitanti si mostravano stanchi.
Ogni bellezza veniva nascosta per degni apparire a quegli occhi di strega.
Abelarda, la strega di quel tempo che fu, non era però troppo contenta.
Certo, ora il suo passaggio suscitava motti e commenti di grande approvazione.
Ma era il lavoro che le era divenuto difficile assai.
Non bastavano filtri, intrugli e malie a soverchiare in uomini, animali e campi, gli effetti benefici del suo nuovo apparire.
E un giorno, rimestando nel paiolo:
uova di pavone,
lingua di manzo,
fegato d’oca,
cipolla ben tritata
pane croccante - fresco di giornata -,
vino bianco secco - appena spillato -
e sale fino q.b. (quanto basta)
- … che volete, non c’erano più i filtri di una volta -
trovò la soluzione.
Se bella non poteva più apparire, doveva dalla vista scomparire.
E un’altra notte, per intero, versò la sua pozione, nella fonte che levava la sete alla regione.
A quell’acqua dissetati, d’ora in avanti, uomini, animali e campi i loro occhi avrebbero ripreso.
Ma l’Abelarda non avrebbero più inteso.
E fu così che il bello tornò bello e il brutto brutto.
E dell’Abelarda non vi fu più l’apparizione.
Ma c’è chi è certo che la strega sia ben desta e si diverta con la sua malia versando ogni tanto una pozione in quella fonte che leva la sete a tutta la regione.
Le tre oche del contadino
C’era una volta un contadino che aveva tre oche: la Nina la Gilda e la Annalucia.
Le tre erano nate dalla stessa covata e passano la vita nell’aia della fattoria, senza aver – si sarebbe detto - di che lamentarsi.
Oddio, messere il gallo soffriva d’insonnia ed approfittava dei primi lucori dell’alba per lanciarsi nei suoi indisponenti esercizi canori.
Quelle pettegole delle sue mogli ciarlavano senza posa e fermavano le loro malelingue sol per vantare qualità e dimensioni dell’uovo ch’avevano appena covato.
Asdrubale, il cane rognoso, abbaiava e correva, correva e abbaiava, solo per mostrare al contadino quanto necessario gli fosse.
Ma poi, immancabilmente, arrivava il contadino col mangime a ricordare alla Nina, alla Gilda e alla Annalucia, quanto fosse facile la loro vita.
Benché fossero sorelle della medesima covata, la Nina, la Gilda e la Annalucia, però, non si somigliavano affatto.
La Annalucia era così grande e grossa che tutti alla fattoria la chiamavano “l’ammiraglia”.
Paciosa e allegra, era la cocca del contadino che riservava a lei i bocconi migliori.
La Gilda, la mediana, era un’oca assennata.
Tutto il giorno a cercare di arrivare tranquilla al tramonto.
La Nina, la piccina, era invece irrequieta.
Passava le giornate a guardare l’azzurro del cielo e il verde dei boschi, che si intravedeva al di là del recinto, chiedendosi se un’altra fattoria fosse possibile.
E ogni sera assillava le sorelle con le sue domande.
La Annalucia, col rigurgito dell’ultimo boccone che non voleva saperne di acquietarsi nel suo stomaco, strabuzzava gli occhi assonnati e si dondolava sulle malferme zampe palmate.
La Gilda, sospirava con virtuosa pazienza e ammoniva la piccola sorella.
Finirai per ficcarti nei guai – diceva – Se ogni giorno il contadino non venisse, di che ti nutriresti, piccola sciocchina?
Asdrubale e il recinto sono la nostra protezione contro la volpe e la faina.
Ho sentito sora Cocca raccontare che aspettano le stolte sognatrici come te, lì, fuori, dove il verde è più verde.
Tu, Nina, sei un’oca piccolina, lascia che a te pensi il grande contadino!
Ma Nina non la stava ad ascoltare.
Sotto le stelle, Nina, restava le notti lì a sognare.
Sognare quell’altra fattoria, dove sarebbe stato bello andare ad abitare.
Passarono i giorni e Annalucia s’ammalò.
Problemi di fegato
E presto di lei restò solo un patè.
Passarono i giorni e venne la festa.
La Gilda ricevette l’invito.
Ospite d’onore d’un altolocato banchetto.
E di lei non si seppe più nulla.
Passarono i giorni ed infine qualcuno dimenticò di chiudere il cancello.
La Nina si guardò intorno e s’involò.
Ora naviga decisa in un mare d’erba mosso dal vento.
Va in cerca della nuova fattoria.
Una fattoria dove una piccola oca possa vivere felice.
Certo, c’è il rischio che incontri la faina.
La volpe può aspettarla al prossimo bosco.
Ma nulla può farle più paura del suo vecchio padrone contadino.
Le tre erano nate dalla stessa covata e passano la vita nell’aia della fattoria, senza aver – si sarebbe detto - di che lamentarsi.
Oddio, messere il gallo soffriva d’insonnia ed approfittava dei primi lucori dell’alba per lanciarsi nei suoi indisponenti esercizi canori.
Quelle pettegole delle sue mogli ciarlavano senza posa e fermavano le loro malelingue sol per vantare qualità e dimensioni dell’uovo ch’avevano appena covato.
Asdrubale, il cane rognoso, abbaiava e correva, correva e abbaiava, solo per mostrare al contadino quanto necessario gli fosse.
Ma poi, immancabilmente, arrivava il contadino col mangime a ricordare alla Nina, alla Gilda e alla Annalucia, quanto fosse facile la loro vita.
Benché fossero sorelle della medesima covata, la Nina, la Gilda e la Annalucia, però, non si somigliavano affatto.
La Annalucia era così grande e grossa che tutti alla fattoria la chiamavano “l’ammiraglia”.
Paciosa e allegra, era la cocca del contadino che riservava a lei i bocconi migliori.
La Gilda, la mediana, era un’oca assennata.
Tutto il giorno a cercare di arrivare tranquilla al tramonto.
La Nina, la piccina, era invece irrequieta.
Passava le giornate a guardare l’azzurro del cielo e il verde dei boschi, che si intravedeva al di là del recinto, chiedendosi se un’altra fattoria fosse possibile.
E ogni sera assillava le sorelle con le sue domande.
La Annalucia, col rigurgito dell’ultimo boccone che non voleva saperne di acquietarsi nel suo stomaco, strabuzzava gli occhi assonnati e si dondolava sulle malferme zampe palmate.
La Gilda, sospirava con virtuosa pazienza e ammoniva la piccola sorella.
Finirai per ficcarti nei guai – diceva – Se ogni giorno il contadino non venisse, di che ti nutriresti, piccola sciocchina?
Asdrubale e il recinto sono la nostra protezione contro la volpe e la faina.
Ho sentito sora Cocca raccontare che aspettano le stolte sognatrici come te, lì, fuori, dove il verde è più verde.
Tu, Nina, sei un’oca piccolina, lascia che a te pensi il grande contadino!
Ma Nina non la stava ad ascoltare.
Sotto le stelle, Nina, restava le notti lì a sognare.
Sognare quell’altra fattoria, dove sarebbe stato bello andare ad abitare.
Passarono i giorni e Annalucia s’ammalò.
Problemi di fegato
E presto di lei restò solo un patè.
Passarono i giorni e venne la festa.
La Gilda ricevette l’invito.
Ospite d’onore d’un altolocato banchetto.
E di lei non si seppe più nulla.
Passarono i giorni ed infine qualcuno dimenticò di chiudere il cancello.
La Nina si guardò intorno e s’involò.
Ora naviga decisa in un mare d’erba mosso dal vento.
Va in cerca della nuova fattoria.
Una fattoria dove una piccola oca possa vivere felice.
Certo, c’è il rischio che incontri la faina.
La volpe può aspettarla al prossimo bosco.
Ma nulla può farle più paura del suo vecchio padrone contadino.
L'agnello smarrito
C’era una volta un piccolo agnello che si era smarrito.
S’era attardato, sulla strada dei monti, attratto da un cespuglio di erba più verde, e quando s’era voltato, aveva scoperto che il gregge s’era allontanato ed era scomparso oltre la curva, laggiù a valle.
Aveva cercato di correre per raggiungerlo, ma era inesperto e, tentando una scorciatoia del sentiero, era finito nel mezzo dei rovi, solo e imprigionato.
Il suo timido belato era troppo debole per raggiungere le orecchie del pastore, che fischiettando roteava il suo bastone in direzione delle pecore più lente, spingendole in avanti, verso il recinto per la notte.
Il piccolo agnellino chiamò a lungo e ogni volta che si protendeva in avanti la lana del suo vello s’impigliava sempre più ai rovi.
Non passò molto che il sole prese a discendere oltre la catena dei monti che s’erano lasciati alle spalle e le ombre della sera allungarono le loro dita lungo il sentiero che il gregge aveva percorso.
Il piccolo agnellino tremava.
Ma non per il freddo.
Per i racconti.
Si, ora gli tornavano alla mente tutte quelle storie che le grandi pecore del gregge narravano alla sera, alla luce del fuoco del bivacco del pastore.
Era l’Ezechiele, il grande lupo, dagli occhi di sangue e dai denti enormi, l’indiscusso mattatore di ciascuno dei racconti.
Storie di stragi e crudeltà inaudite.
Perpetrate – immancabilmente - col favore delle tenebre, su questa o quella pecora, su questo o quell’agnello, che, questa o quella volta, s’erano smarriti.
E l’Ubaldo, il grande cane bianco, ogni giorno confermava quei racconti, coi suoi ringhiosi rimbrotti, col suo asfissiare chi s’attardava e rimaneva indietro.
L’Ubaldo, che non mancava mai di rammentare d’essere la guardia di tutti e il protettore d’ognuno.
L’Ubaldo ch’era il baluardo, l’intrepida difesa, contro la minaccia continua del famelico Ezechiele.
L’agnellino tremava, volgendo i grandi occhi spalancati alle ombre che ormai lo circondavano.
Ma nella valle, il pastore, contando il gregge che entrava nel recinto, s’avvide dell’assenza.
Preoccupato, scrutò l’ultimo tratto del cammino percorso quella sera in cerca dell’agnello.
Il sentiero era vuoto, d’un vuoto desolante.
Febbrile, chiuse il recinto e comandò all’Ubaldo la più attenta guardia.
Ed imbracciato il suo nodoso bastone, s’avviò, rapido, a ripercorrere i suoi passi.
Camminava veloce, camminava guardando a destra e a manca, camminava richiamando il piccolo disperso.
E infine l’agnellino, senti, lontano, il familiare fischio del pastore.
Belò tremante, richiamando il salvatore.
Il pastore lo raggiunse e con tre colpi del suo nodoso bastone si fece strada tra i rovi.
Quando fu al sicuro, sul collo del grande pastore, l’agnellino si rallegrò dello scampato pericolo.
Per quella volta l’Ezechiele non l’avrebbe avuto per cena.
Tornarono alla valle ed al recinto.
Ma il piccolo agnellino non vi fece rientro.
Era il venerdì di Pasqua.
Ed il pastore, la santa ricorrenza doveva festeggiare.
E fu così che il piccolo agnellino fece le veci di un altro noto agnello.
Per i monti e per le valli è noto a tutti il motto:
Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.
Ma da quella santa sera non meno vero apparve, sicuro, questo detto:
Chi agnello solo resta, il pastore è chi lo scanna.
S’era attardato, sulla strada dei monti, attratto da un cespuglio di erba più verde, e quando s’era voltato, aveva scoperto che il gregge s’era allontanato ed era scomparso oltre la curva, laggiù a valle.
Aveva cercato di correre per raggiungerlo, ma era inesperto e, tentando una scorciatoia del sentiero, era finito nel mezzo dei rovi, solo e imprigionato.
Il suo timido belato era troppo debole per raggiungere le orecchie del pastore, che fischiettando roteava il suo bastone in direzione delle pecore più lente, spingendole in avanti, verso il recinto per la notte.
Il piccolo agnellino chiamò a lungo e ogni volta che si protendeva in avanti la lana del suo vello s’impigliava sempre più ai rovi.
Non passò molto che il sole prese a discendere oltre la catena dei monti che s’erano lasciati alle spalle e le ombre della sera allungarono le loro dita lungo il sentiero che il gregge aveva percorso.
Il piccolo agnellino tremava.
Ma non per il freddo.
Per i racconti.
Si, ora gli tornavano alla mente tutte quelle storie che le grandi pecore del gregge narravano alla sera, alla luce del fuoco del bivacco del pastore.
Era l’Ezechiele, il grande lupo, dagli occhi di sangue e dai denti enormi, l’indiscusso mattatore di ciascuno dei racconti.
Storie di stragi e crudeltà inaudite.
Perpetrate – immancabilmente - col favore delle tenebre, su questa o quella pecora, su questo o quell’agnello, che, questa o quella volta, s’erano smarriti.
E l’Ubaldo, il grande cane bianco, ogni giorno confermava quei racconti, coi suoi ringhiosi rimbrotti, col suo asfissiare chi s’attardava e rimaneva indietro.
L’Ubaldo, che non mancava mai di rammentare d’essere la guardia di tutti e il protettore d’ognuno.
L’Ubaldo ch’era il baluardo, l’intrepida difesa, contro la minaccia continua del famelico Ezechiele.
L’agnellino tremava, volgendo i grandi occhi spalancati alle ombre che ormai lo circondavano.
Ma nella valle, il pastore, contando il gregge che entrava nel recinto, s’avvide dell’assenza.
Preoccupato, scrutò l’ultimo tratto del cammino percorso quella sera in cerca dell’agnello.
Il sentiero era vuoto, d’un vuoto desolante.
Febbrile, chiuse il recinto e comandò all’Ubaldo la più attenta guardia.
Ed imbracciato il suo nodoso bastone, s’avviò, rapido, a ripercorrere i suoi passi.
Camminava veloce, camminava guardando a destra e a manca, camminava richiamando il piccolo disperso.
E infine l’agnellino, senti, lontano, il familiare fischio del pastore.
Belò tremante, richiamando il salvatore.
Il pastore lo raggiunse e con tre colpi del suo nodoso bastone si fece strada tra i rovi.
Quando fu al sicuro, sul collo del grande pastore, l’agnellino si rallegrò dello scampato pericolo.
Per quella volta l’Ezechiele non l’avrebbe avuto per cena.
Tornarono alla valle ed al recinto.
Ma il piccolo agnellino non vi fece rientro.
Era il venerdì di Pasqua.
Ed il pastore, la santa ricorrenza doveva festeggiare.
E fu così che il piccolo agnellino fece le veci di un altro noto agnello.
Per i monti e per le valli è noto a tutti il motto:
Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.
Ma da quella santa sera non meno vero apparve, sicuro, questo detto:
Chi agnello solo resta, il pastore è chi lo scanna.
La previdenza del re
C’era una volta un re molto, molto previdente.
Il fiume attraversava il suo regno ristorandolo con la sua acqua cristallina.
Il sole lo scaldava senza bruciarlo.
Le stagioni vi si susseguivano miti.
I suoi campi erano ben coltivati.
Un re meno previdente avrebbe dormito sonni tranquilli. Ma non il nostro re. Lui si interrogava sul futuro più lontano.
E se il fiume si inaridisse?
E se il sole si spegnesse?
E se le stagioni si rivoltassero?
E se i campi fossero mal coltivati?
I pensieri avevano tolto il sonno al nostro previdente re, finché una notte insonne salì sulla torre più alta del più alto castello del regno.
Lì dimorava Filemazio, astrologo e grande mago del regno.
Filemazio – domandò il re – Sai dirmi se il fiume si inaridirà? Sai dirmi se il sole si spegnerà? Sai dirmi, ancora, se le stagioni si rivolteranno? Sai dirmi, infine, se i campi saranno mal coltivati?
Filemazio rifletté a lungo prima di rispondere.
Mio re, nel percorso delle stelle che io scruto ogni notte, non mi è dato di trovare le risposte alle tue domande, troppo arcane per la mia povera scienza. Ma non ho cuore di lasciarti deluso e qualcosa ti dirò. Anche se viene dallo studio delle stalle, piuttosto che da quello delle stelle.
Bada bene, mio re.
E’ l’abbondanza ciò che minaccia il tuo regno.
Che dici Filemazio!? – esclamò il previdente re.
Il tuo satollo contado – concionò il mago d’indiscussa sapienza – prolifica nella grascia e, ben nutrito, alla vita s’affeziona ed è restio a lasciarla quando è l’ora. Di rincaro, ricorda che la pancia piena mal si concilia alla fatica e avrai, di là negli anni, troppe bocche fameliche e campi mal trattati. In un solo suono: carestia!
Confermato come fu nelle sue ambasce, il buon re si mise senza indugio alla bisogna.
All’abate del tempio chiese menzione di formiche e cicale all’omelia.
Ai santi gabellieri, di mondare della grascia il suo contado.
Ai frati, di lame affilatori, di sfoltirne i ranghi.
Posto rimedio all’oggi, si premurò per i domani.
L’araldo, a gran voce lesse l’editto.
Il nostro saggio e previdente re, al fine d’impedire l’avvento sulle nostre terre della carestia, decreta che d’ora in avanti sia un pugno di farina la mercede per la terra che lavora il contadino.
Ma attenzione, villica gente!
I sacchi ch’oggi - pugno su pugno - fanno il totale, sono per numero quelli e quelli soli che, d’ora in avanti, i contadini si potran spartire.
- Che vuole dire?
- Figlia meno e con giudizio, villano, se non vuoi patire.
E fu così che sul regno di quel re previdente il fiume continuò a scorrere, ristorandolo con la sua acqua cristallina, il sole continuò a riscaldarlo senza bruciarlo, le stagioni si susseguirono sempre miti e i campi restarono ben coltivati.
Grazie alla previdenza del re ogni rischio di carestia era stato scongiurato e a corte si viveva felici e sereni.
A corte.
Nel contado,
- oppressi dalla colpa d’aver troppo figliato -
- oppressi dalla colpa d’aver troppo campato -,
potevano sentirsi sollevati ‘che la fame che teneva loro compagnia non fosse frutto della carestia.
Il fiume attraversava il suo regno ristorandolo con la sua acqua cristallina.
Il sole lo scaldava senza bruciarlo.
Le stagioni vi si susseguivano miti.
I suoi campi erano ben coltivati.
Un re meno previdente avrebbe dormito sonni tranquilli. Ma non il nostro re. Lui si interrogava sul futuro più lontano.
E se il fiume si inaridisse?
E se il sole si spegnesse?
E se le stagioni si rivoltassero?
E se i campi fossero mal coltivati?
I pensieri avevano tolto il sonno al nostro previdente re, finché una notte insonne salì sulla torre più alta del più alto castello del regno.
Lì dimorava Filemazio, astrologo e grande mago del regno.
Filemazio – domandò il re – Sai dirmi se il fiume si inaridirà? Sai dirmi se il sole si spegnerà? Sai dirmi, ancora, se le stagioni si rivolteranno? Sai dirmi, infine, se i campi saranno mal coltivati?
Filemazio rifletté a lungo prima di rispondere.
Mio re, nel percorso delle stelle che io scruto ogni notte, non mi è dato di trovare le risposte alle tue domande, troppo arcane per la mia povera scienza. Ma non ho cuore di lasciarti deluso e qualcosa ti dirò. Anche se viene dallo studio delle stalle, piuttosto che da quello delle stelle.
Bada bene, mio re.
E’ l’abbondanza ciò che minaccia il tuo regno.
Che dici Filemazio!? – esclamò il previdente re.
Il tuo satollo contado – concionò il mago d’indiscussa sapienza – prolifica nella grascia e, ben nutrito, alla vita s’affeziona ed è restio a lasciarla quando è l’ora. Di rincaro, ricorda che la pancia piena mal si concilia alla fatica e avrai, di là negli anni, troppe bocche fameliche e campi mal trattati. In un solo suono: carestia!
Confermato come fu nelle sue ambasce, il buon re si mise senza indugio alla bisogna.
All’abate del tempio chiese menzione di formiche e cicale all’omelia.
Ai santi gabellieri, di mondare della grascia il suo contado.
Ai frati, di lame affilatori, di sfoltirne i ranghi.
Posto rimedio all’oggi, si premurò per i domani.
L’araldo, a gran voce lesse l’editto.
Il nostro saggio e previdente re, al fine d’impedire l’avvento sulle nostre terre della carestia, decreta che d’ora in avanti sia un pugno di farina la mercede per la terra che lavora il contadino.
Ma attenzione, villica gente!
I sacchi ch’oggi - pugno su pugno - fanno il totale, sono per numero quelli e quelli soli che, d’ora in avanti, i contadini si potran spartire.
- Che vuole dire?
- Figlia meno e con giudizio, villano, se non vuoi patire.
E fu così che sul regno di quel re previdente il fiume continuò a scorrere, ristorandolo con la sua acqua cristallina, il sole continuò a riscaldarlo senza bruciarlo, le stagioni si susseguirono sempre miti e i campi restarono ben coltivati.
Grazie alla previdenza del re ogni rischio di carestia era stato scongiurato e a corte si viveva felici e sereni.
A corte.
Nel contado,
- oppressi dalla colpa d’aver troppo figliato -
- oppressi dalla colpa d’aver troppo campato -,
potevano sentirsi sollevati ‘che la fame che teneva loro compagnia non fosse frutto della carestia.
La corsa nel bosco
C’era una volta un lontano paese dove – si diceva – vi fosse una grave carestia.
Si diceva, e probabilmente non era una bugia.
Ma al castello e nei granai del re non se ne aveva traccia ed anzi, mai come allora i banchetti erano stati più ricchi e fastosi.
Ciò non di meno questo non impediva ai maggiorenti del regno di esercitare con scrupolo e dedizione i loro gravosi doveri.
Ed infatti, con intrepida dedizione, a turno, ciambellano e gabelliere sollevavano la nobile terga dalla tavola imbandita per ricordare al popolo, assiepato nel cortile, le paterne raccomandazioni del vice-re, del re e dello stesso imperatore, lontano, molto lontano, ma sempre paterno.
L’epoca delle vacche grasse è finita – dicevano – E’ l’ora dei sacrifici e dell’indefesso lavoro.
(Il popolo ascoltava perplesso, e si sbirciava in viso, chiedendosi chi avesse mai goduto - a sua insaputa - di quelle vacche grasse).
Basta con l’iniquo privilegio d’un campo certo da dissodare!
Che alla vanga s’appresti il più forte e il più valente, scalzando l’ozioso e il fannullone.
Che l’egoismo dei contadini padri receda, al fine, per la fortuna dei contadini figli.
Orsù, gente del contado! Staremo tutti certo meglio, se avremo più messi nei granai e meno inutili pance da sfamare!
E venne così il giorno che gli araldi del regno raggiunsero ogni contrada con un nuovo editto.
Con il rullar dei tamburi lessero a gran voce.
Per volere del re e del grande imperatore, il vice-re decreta che ai giovani contadini, ai contadini cui è morta la vacca, ai contadini cui il gelo ha bruciato le gemme, ai contadini cui la grandine ha devastato i fiori, ai contadini cui la siccità ha inaridito i solchi, ai contadini cui la schiena ha fatto difetto e alle contadine tutte, sia oggi concessa l’opportunità del bosco.
Che ognuno corra senza indugio nella macchia, sopravanzando l’altro, e solo al primo arrida la fortuna del successo.
Udite, udite!
Per un intero giorno un campo intero da zappare.
E per mercede il buon cuore del signore.
Orsù, correte senza indugio alla bisogna, che già sciolti avete i cani alle calcagna.
Quanto son buoni, vice-re, re e lontano imperatore – dicevano correndo i giovani contadini, i contadini cui era morta la vacca, i contadini cui il gelo aveva bruciato le gemme, i contadini cui la grandine aveva devastato i fiori, i contadini cui la siccità aveva inaridito i solchi, i contadini cui la schiena faceva difetto e le contadine tutte – Son così buoni e generosi da offrirci una simile opportunità!
Certo, chi è lento sarà raggiunto dai mastini.
Chi è distratto finirà nel fosso.
Chi è sfortunato incontrerà il grande lupo.
Ma qualcheduno giungerà alla meta!
Ed i più lenti furono raggiunti dai mastini.
I più distratti finirono nel fosso.
Gli sfortunati incontrarono il grande lupo.
Ma qualcheduno giunse alla meta.
E dall’alba al tramonto lavorò la terra, godendo del buon cuore del signore (una zuppa di rape).
L’indomani, prima che il sentore del sole si mostrasse nell’oriente, fu svegliato dal latrare dai cani e si lanciò per il bosco in una nuova corsa.
Ma il grande Ezechiele l’attendeva, per un invito a pranzo che non poté rifiutare.
Al castello si levarono i calici al successo della strenua lotta contro la carestia.
Più messi nei granai e meno pance da riempire era stata una geniale soluzione.
Certo, c’era quella moria di contadini a disturbare un po’.
Ma nuove braccia arrivavano già a nuoto dagli aridi paesi a meridione.
E del resto, chi aveva mai avuto la notizia che di contadini ci fosse carestia?
Si diceva, e probabilmente non era una bugia.
Ma al castello e nei granai del re non se ne aveva traccia ed anzi, mai come allora i banchetti erano stati più ricchi e fastosi.
Ciò non di meno questo non impediva ai maggiorenti del regno di esercitare con scrupolo e dedizione i loro gravosi doveri.
Ed infatti, con intrepida dedizione, a turno, ciambellano e gabelliere sollevavano la nobile terga dalla tavola imbandita per ricordare al popolo, assiepato nel cortile, le paterne raccomandazioni del vice-re, del re e dello stesso imperatore, lontano, molto lontano, ma sempre paterno.
L’epoca delle vacche grasse è finita – dicevano – E’ l’ora dei sacrifici e dell’indefesso lavoro.
(Il popolo ascoltava perplesso, e si sbirciava in viso, chiedendosi chi avesse mai goduto - a sua insaputa - di quelle vacche grasse).
Basta con l’iniquo privilegio d’un campo certo da dissodare!
Che alla vanga s’appresti il più forte e il più valente, scalzando l’ozioso e il fannullone.
Che l’egoismo dei contadini padri receda, al fine, per la fortuna dei contadini figli.
Orsù, gente del contado! Staremo tutti certo meglio, se avremo più messi nei granai e meno inutili pance da sfamare!
E venne così il giorno che gli araldi del regno raggiunsero ogni contrada con un nuovo editto.
Con il rullar dei tamburi lessero a gran voce.
Per volere del re e del grande imperatore, il vice-re decreta che ai giovani contadini, ai contadini cui è morta la vacca, ai contadini cui il gelo ha bruciato le gemme, ai contadini cui la grandine ha devastato i fiori, ai contadini cui la siccità ha inaridito i solchi, ai contadini cui la schiena ha fatto difetto e alle contadine tutte, sia oggi concessa l’opportunità del bosco.
Che ognuno corra senza indugio nella macchia, sopravanzando l’altro, e solo al primo arrida la fortuna del successo.
Udite, udite!
Per un intero giorno un campo intero da zappare.
E per mercede il buon cuore del signore.
Orsù, correte senza indugio alla bisogna, che già sciolti avete i cani alle calcagna.
Quanto son buoni, vice-re, re e lontano imperatore – dicevano correndo i giovani contadini, i contadini cui era morta la vacca, i contadini cui il gelo aveva bruciato le gemme, i contadini cui la grandine aveva devastato i fiori, i contadini cui la siccità aveva inaridito i solchi, i contadini cui la schiena faceva difetto e le contadine tutte – Son così buoni e generosi da offrirci una simile opportunità!
Certo, chi è lento sarà raggiunto dai mastini.
Chi è distratto finirà nel fosso.
Chi è sfortunato incontrerà il grande lupo.
Ma qualcheduno giungerà alla meta!
Ed i più lenti furono raggiunti dai mastini.
I più distratti finirono nel fosso.
Gli sfortunati incontrarono il grande lupo.
Ma qualcheduno giunse alla meta.
E dall’alba al tramonto lavorò la terra, godendo del buon cuore del signore (una zuppa di rape).
L’indomani, prima che il sentore del sole si mostrasse nell’oriente, fu svegliato dal latrare dai cani e si lanciò per il bosco in una nuova corsa.
Ma il grande Ezechiele l’attendeva, per un invito a pranzo che non poté rifiutare.
Al castello si levarono i calici al successo della strenua lotta contro la carestia.
Più messi nei granai e meno pance da riempire era stata una geniale soluzione.
Certo, c’era quella moria di contadini a disturbare un po’.
Ma nuove braccia arrivavano già a nuoto dagli aridi paesi a meridione.
E del resto, chi aveva mai avuto la notizia che di contadini ci fosse carestia?
La fonte e il drago
C’era una volta una fonte d’acqua fresca e cristallina.
Il contado vi si recava da mattina a sera per dissetar la sete di uomini ed armenti.
Quell’acqua era buona, ma se ne usciva in un solo zampillo, lasciando nell’attesa una costaste folla.
Certo – diceva quell’uno a quell’altro nella fila – sarebbe una gran cosa trovar la soluzione a questo nostro imbroglio. Aver tolta la sete senza scontar l’attesa!
Anche il barone, dall’alto del maniero, mostrava insofferenza per quel costante impiccio.
Non che gli fosse mai toccato, di rimanere in fila.
Due calci nelle terga di quel vile contado, già erano d’avanzo per liberar la strada sino alla fonte.
Ma gli stivali dei suoi sgherri si consumavano in fretta a causa di una simile bisogna.
E se ogni gioco è bello, lo è fin tanto che non si trasformi in noia.
E fu così che nel castello alto, questo barone, pensa e ripensa, trovò la soluzione.
Prese il bianco destriero e, montatogli in groppa, si mise in cammino verso i monti.
E cammina, cammina, giunse infine al grande bosco oscuro.
E cammina, cammina, uscì dal grande bosco oscuro.
(Nel bosco oscuro non successe nulla, ma la citazione è per la precisione del racconto).
E cammina, cammina arrivò alla caverna del drago.
Scese di cavallo e piantati gli stivali nella terrà, chiamò a gran voce.
Filoteo!
…
(Poi ci si domanda perché un drago sia di pessimo carattere)
…
Filoteo! Grande drago sputafuoco, vieni fuori!
Va bhé, ho la digestione pesante, ma non mi sembra il caso d’offendere – borbottò una voce cavernosa nella caverna.
Sono il barone, signore e padrone delle terre oltre il bosco oscuro. Sono qui per farti una proposta.
Un grande muso verde squamoso con due occhi rosso fuoco, comparve all’ingresso della caverna.
E sarebbe? – chiese la voce cavernosa dall’ingresso della caverna.
Poniti a guardia della fonte, nella baronia.
Uno alla volta chiama i villici al prelievo e brucia le terga a chi senza invito s’accosta.
Il drago Filoteo storse la bocca.
Dell’acqua non sono estimatore.
Mal si concilia con la mia natura.
La troppa vicinanza mi danneggia l’ossa e spegne l’ardore alla mia gola.
Quel che proponi mi pesa forte assai. Con che bilanci il piatto?
Chiedi il balzello ad ogni postulante. Del ricavato, poi, faremo a mezzi.
E fu così che fu siglato il patto.
Presso la fonte Filoteo, il drago, prese posizione e senza intoppi ai villici insegnò l’educazione.
Alto, sul torrione, felice stava il Barone, vedendo il campo libero pei suoi assetati passi.
Ma quando alla fonte l’accostò, l’impertinente drago lo scottò.
Che fai, drago del malanno?! – gridò infuriato
Caro barone – rispose Filoteo – Io stò solo al patto.
E a me bruci le terga?
Certo barone, a te nessun invito ho fatto.
Il barone fremeva già d’indignazione, ma se la sete era tanta, tanto era anche il dragone.
E non m’inviti?
Certamente, ma c’è da versare, tosto, quel balzello.
E sarebbe?
Per te, barone, solo la parte che a te hai riservato del guiderdone dai villici pagato.
E fu così che da quel giorno in poi, quella fonte ebbe il drago per padrone.
Ma la colpa fu tutta dello stupido barone che, per la propria astronomica arroganza, aveva dato al drago l’occasione, di avere felice e totale compimento del suo vero e dichiarato sentimento.
Il contado vi si recava da mattina a sera per dissetar la sete di uomini ed armenti.
Quell’acqua era buona, ma se ne usciva in un solo zampillo, lasciando nell’attesa una costaste folla.
Certo – diceva quell’uno a quell’altro nella fila – sarebbe una gran cosa trovar la soluzione a questo nostro imbroglio. Aver tolta la sete senza scontar l’attesa!
Anche il barone, dall’alto del maniero, mostrava insofferenza per quel costante impiccio.
Non che gli fosse mai toccato, di rimanere in fila.
Due calci nelle terga di quel vile contado, già erano d’avanzo per liberar la strada sino alla fonte.
Ma gli stivali dei suoi sgherri si consumavano in fretta a causa di una simile bisogna.
E se ogni gioco è bello, lo è fin tanto che non si trasformi in noia.
E fu così che nel castello alto, questo barone, pensa e ripensa, trovò la soluzione.
Prese il bianco destriero e, montatogli in groppa, si mise in cammino verso i monti.
E cammina, cammina, giunse infine al grande bosco oscuro.
E cammina, cammina, uscì dal grande bosco oscuro.
(Nel bosco oscuro non successe nulla, ma la citazione è per la precisione del racconto).
E cammina, cammina arrivò alla caverna del drago.
Scese di cavallo e piantati gli stivali nella terrà, chiamò a gran voce.
Filoteo!
…
(Poi ci si domanda perché un drago sia di pessimo carattere)
…
Filoteo! Grande drago sputafuoco, vieni fuori!
Va bhé, ho la digestione pesante, ma non mi sembra il caso d’offendere – borbottò una voce cavernosa nella caverna.
Sono il barone, signore e padrone delle terre oltre il bosco oscuro. Sono qui per farti una proposta.
Un grande muso verde squamoso con due occhi rosso fuoco, comparve all’ingresso della caverna.
E sarebbe? – chiese la voce cavernosa dall’ingresso della caverna.
Poniti a guardia della fonte, nella baronia.
Uno alla volta chiama i villici al prelievo e brucia le terga a chi senza invito s’accosta.
Il drago Filoteo storse la bocca.
Dell’acqua non sono estimatore.
Mal si concilia con la mia natura.
La troppa vicinanza mi danneggia l’ossa e spegne l’ardore alla mia gola.
Quel che proponi mi pesa forte assai. Con che bilanci il piatto?
Chiedi il balzello ad ogni postulante. Del ricavato, poi, faremo a mezzi.
E fu così che fu siglato il patto.
Presso la fonte Filoteo, il drago, prese posizione e senza intoppi ai villici insegnò l’educazione.
Alto, sul torrione, felice stava il Barone, vedendo il campo libero pei suoi assetati passi.
Ma quando alla fonte l’accostò, l’impertinente drago lo scottò.
Che fai, drago del malanno?! – gridò infuriato
Caro barone – rispose Filoteo – Io stò solo al patto.
E a me bruci le terga?
Certo barone, a te nessun invito ho fatto.
Il barone fremeva già d’indignazione, ma se la sete era tanta, tanto era anche il dragone.
E non m’inviti?
Certamente, ma c’è da versare, tosto, quel balzello.
E sarebbe?
Per te, barone, solo la parte che a te hai riservato del guiderdone dai villici pagato.
E fu così che da quel giorno in poi, quella fonte ebbe il drago per padrone.
Ma la colpa fu tutta dello stupido barone che, per la propria astronomica arroganza, aveva dato al drago l’occasione, di avere felice e totale compimento del suo vero e dichiarato sentimento.
Il paese che aveva paura della notte
C’era una volta uno strano paese dove gli abitanti temevano la notte.
La notte è scura – dicevano – buia.
La notte è il regno degli spiriti maligni, che di giorno si rintanano nell’ombra, fuggendo la luce.
La notte ruba le cose che amiamo e le nasconde sotto il suo manto oscuro.
La notte è amica del ladro e dell’assassino e li protegge nei suoi antri bui.
La notte chiama i cattivi pensieri, li veste, li nutre e li manda all’assalto.
Questo ed altro ancora dicevano, temendo la notte.
E a poco valevano i discorsi di chi ricordava come i pieri e gli alberti, della casata degli Angeli, avessero dimostrato, con autorevoli studi, come gli spiriti maligni ci fossero comunque, come le cose amate si perdessero anche alla luce del giorno, come in essa i ladri e gli assassini prosperassero ed i cattivi pensieri non vi facessero una vita grama.
Indubitabilmente, era la notte la condizione propizia del male.
E venne il giorno in cui in questo strano paese gli abitanti si riunirono per vedere se ci fosse modo di liberarsi della notte.
La discussione fu lunga ed i pareri contrastanti.
C’era chi, confortato dallo studio di fattibilità di qualche illustre luminare e dall’azione legale prospettata da un famoso principe del foro, avrebbe voluto arrestare il sole.
C’era chi si sarebbe contentato di deviare la notte sul paese vicino – del resto poco amato – ricorrendo a lusinghe e promesse, in modo che fossero gli altri a vedersela con l’indesiderata ospite.
C’era chi propugnava la fiamma ardente e luminosa della guerra santa e chi chiedeva la nomina di tre ambasciatori che concertassero con la notte un compromesso ragionevole.
Al termine dell’estenuante discussione gli abitanti di questo strano paese decisero di affidarsi al nuovo, prode borgomastro – che in quella giornata era stato capace d’essere d’accordo con ognuno – lasciando il paese nelle sue mani, con l’unico obbligo di liberarlo della notte.
E il prode borgomastro si mise subito di buona lena all’opera.
Per prima cosa nominò una commissione di esperti (un atto dovuto) e diede mandato al principe del foro di adire le vie legali.
Quindi inviò un’ambasceria al paese vicino con l’incarico di magnificare le sorti commerciali dell’allevamento intensivo dei gufi e delle falene.
All’abate del tempio fece pervenire un sommesso e riservato sollecito di un’autorevole invettiva e ai tre fratelli, gestori del mulino, affidò l’incarico di ricercare un compromesso accettabile.
Soddisfatta così ogni opinione, si mise di buon grado all’opera per amministrare quello strano paese.
Per primo emanò un decreto che stabiliva come in ogni casa fosse obbligatorio avere almeno un antro buio, confortevole per dimensioni e condizioni, ad uso degli spiriti maligni che, soddisfatte in tal modo le loro legittime aspettative, non avrebbero avuto ragione di desiderare l’arrivo della notte.
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
Per secondo emanò un decreto con il quale venivano sequestrate le cose amate da ogni abitante, in modo che la notte non trovasse cosa rubare.
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
Per terzo emanò un decreto con cui si assicurava l’impunità e la libera iniziativa dei ladri e degli assassini, in modo che non avessero bisogno degli antri bui della notte
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
Per quarto emanò un decreto che vietava i cattivi pensieri e puniva severamente i trasgressori.
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
…
Nonostante gli sforzi del prode borgomastro, alla fine, la notte tornò.
Ma di certo, però, adesso faceva molto meno paura.
La notte è scura – dicevano – buia.
La notte è il regno degli spiriti maligni, che di giorno si rintanano nell’ombra, fuggendo la luce.
La notte ruba le cose che amiamo e le nasconde sotto il suo manto oscuro.
La notte è amica del ladro e dell’assassino e li protegge nei suoi antri bui.
La notte chiama i cattivi pensieri, li veste, li nutre e li manda all’assalto.
Questo ed altro ancora dicevano, temendo la notte.
E a poco valevano i discorsi di chi ricordava come i pieri e gli alberti, della casata degli Angeli, avessero dimostrato, con autorevoli studi, come gli spiriti maligni ci fossero comunque, come le cose amate si perdessero anche alla luce del giorno, come in essa i ladri e gli assassini prosperassero ed i cattivi pensieri non vi facessero una vita grama.
Indubitabilmente, era la notte la condizione propizia del male.
E venne il giorno in cui in questo strano paese gli abitanti si riunirono per vedere se ci fosse modo di liberarsi della notte.
La discussione fu lunga ed i pareri contrastanti.
C’era chi, confortato dallo studio di fattibilità di qualche illustre luminare e dall’azione legale prospettata da un famoso principe del foro, avrebbe voluto arrestare il sole.
C’era chi si sarebbe contentato di deviare la notte sul paese vicino – del resto poco amato – ricorrendo a lusinghe e promesse, in modo che fossero gli altri a vedersela con l’indesiderata ospite.
C’era chi propugnava la fiamma ardente e luminosa della guerra santa e chi chiedeva la nomina di tre ambasciatori che concertassero con la notte un compromesso ragionevole.
Al termine dell’estenuante discussione gli abitanti di questo strano paese decisero di affidarsi al nuovo, prode borgomastro – che in quella giornata era stato capace d’essere d’accordo con ognuno – lasciando il paese nelle sue mani, con l’unico obbligo di liberarlo della notte.
E il prode borgomastro si mise subito di buona lena all’opera.
Per prima cosa nominò una commissione di esperti (un atto dovuto) e diede mandato al principe del foro di adire le vie legali.
Quindi inviò un’ambasceria al paese vicino con l’incarico di magnificare le sorti commerciali dell’allevamento intensivo dei gufi e delle falene.
All’abate del tempio fece pervenire un sommesso e riservato sollecito di un’autorevole invettiva e ai tre fratelli, gestori del mulino, affidò l’incarico di ricercare un compromesso accettabile.
Soddisfatta così ogni opinione, si mise di buon grado all’opera per amministrare quello strano paese.
Per primo emanò un decreto che stabiliva come in ogni casa fosse obbligatorio avere almeno un antro buio, confortevole per dimensioni e condizioni, ad uso degli spiriti maligni che, soddisfatte in tal modo le loro legittime aspettative, non avrebbero avuto ragione di desiderare l’arrivo della notte.
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
Per secondo emanò un decreto con il quale venivano sequestrate le cose amate da ogni abitante, in modo che la notte non trovasse cosa rubare.
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
Per terzo emanò un decreto con cui si assicurava l’impunità e la libera iniziativa dei ladri e degli assassini, in modo che non avessero bisogno degli antri bui della notte
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
Per quarto emanò un decreto che vietava i cattivi pensieri e puniva severamente i trasgressori.
Ma….
Preferite, forse, che torni la notte?
…
Nonostante gli sforzi del prode borgomastro, alla fine, la notte tornò.
Ma di certo, però, adesso faceva molto meno paura.
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