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martedì 27 novembre 2007

E infine

e infine
di Pasifae il frutto seguo
giù per malaccette volute
senza che in attesa ci sia
la bella Arianna
ma una bambola di legno
e ride

Di cappa ralingando il fortunale

di cappa ralingando il fortunale
(ch’io sia d’approdo a me Lusìa)
mentre ho serrata in pugno
(batti Mefy il frinzello dei miei
dadi) e aulente e viscida
e fuggente nostalgia del
bulinare in là dove mi porta il
mare là dove il lampanaio
va’ annegare

Ho visto

ho visto
scivolare
giù
lungo la corrente
il paffuto
poeta contadino
e sorrideva
ancora
le guance recise
tra labbra e orecchi
lautrémontiano
tributo al mito
cos’è rimasto
del sogno delle indie?
brandelli di sole
e tanta
tanta nostalgia
del domani

Nell'angusto solitario camerino

nell’angusto solitario camerino
ripulisco il cervello col latte detergente
tenete per voi
gli dei
le mamme
gli eroi
io non vi conosco
porto con me
compagna di viaggio
la bisaccia degli stracci
derisi e calpestati
tenete per voi
le fedi e le canzoni
la palude seriosa
delle eterne verità
oggi
ho voglia
d’affogare
l’amore
nel nero ventre
di questa notte
virginea

Verd'ho agghindato

verd’ho agghindato
il cuore mio
col fiore
d’un antico sberleffo
oscura nube
la muta chiassosa
dei miei vizzi
m’accompagna
siederò
sulle rive del tempo
sereno
nell’attesa
che la risacca
deponga
mesta
patetici frammenti
di antiche certezze
e fatue scienze
amo la notte
mia crudele
signora

Quand'ho schiumato

quand’ho schiumato
antri muschiosi
e nostalgie perverse
quando le litanie
rafferme
della
luce
altro non furono
che fatue stille
di tramonto
allora
nacque da me
come dall’onde
amore

Ma a notte

ma a notte
brillano
luciferini bagliori
gli occhi beffardi
della morte
giovinetta eterna

Veleggerete

veleggerete
o gnomi
aggricchiati
con l’unghie
al mio mantello
e la mia voce
vi cullerà
con i suoi flutti
corvini
ma io
che tra le pieghe
del mantello
porto
pesanti come piombo
le gocce
stillate nel silenzio
siederò
sullo scranno di nembi
lasciando
che i miei sogni
fuggiti a frotte
dalla mente
spruzzino
l’immane gabbia
d’un milione di milioni
di fulgide fiammelle

Avalon!

Avalon!
il grido proruppe
dalle schiere dei morti
Avalon!
scheletriche braccia
scarmigliate
dal vento
si levarono in coro
ad artigliare
il cielo
Avalon!
addio
poeta
di cortile
io
ti piango

In questa Birnam che avanza

in questa Birnam che avanza
annegherò
incauto giocatore
negli umori vaginali
della sorte
bisbetica baldracca
(dei truffatori e bugiardi
avevo chiesto soltanto
di non truccare le carte!)

Se nella quiete di un'età futura

se nella quiete d’un’età futura
ti sovverrà
corsaro
il mio ricordo
e dalle brume rimontanti
del passato
mute
ti pioveranno
degli elfi
le danze
e dolci e lievi e tristi
muovi
ti prego
le labbra ad un sorriso
anche se quest’amore
imbelle
s’annega silenzioso
tra gli specchi
vacue illusioni
che l’alba scioglierà
in lacrime di brina.