Stavano commentando tra loro la scoperta, quando un portello, quasi all’altezza del suolo si aprì, scorrendo di lato, e nel buio si proiettò un poligono di fioca luce.
Nel riquadro apparve la sagoma di un uomo robusto e non alto.
- Klaus! – chiamò Ingrid.
L’uomo rimase sorpreso e cercò di scrutare nell’ombra che circondava il modulo.
- Ma chi …
- Che figura, uno zio che non riconosce la nipote!
- Non è possibile. Ingrid!
Ingrid era corsa verso l’uomo e ora gli si era gettata al collo.
Si abbracciarono ridendo.
Arthur si fece avanti portandosi alla luce.
Klaus era un uomo dai radi capelli e dalla folta barba, entrambi candidi. Con occhietti chiari e vivaci ed una pancia che allargava considerevolmente, alla vita, la tuta da lavoro che indossava.
Guardò con curiosità Arthur e la sua tuta nera.
- Ti sei messa a frequentare uomini in nero, in mia assenza?
- Lui è Arthur Temple – disse Ingrid.
- L’amico del professore – commentò Klaus.
- E non solo.
La scrutò in viso, con una smorfia eloquente.
- Credo che la mia nipotina mi debba qualche spiegazione. Ma dopo. Adesso entrate. Il professore sarà felice di vedervi.
Quando Arthur gli fu vicino gli parlò, con tono ironicamente burbero.
- Chiariamo una cosa. Io e questa signorina non siamo neanche lontanamente parenti. Mi chiama zio, solo per ricordarmi perfidamente la mia età. E questo è il ringraziamento per averle insegnato tutto quello che sa.
- Soci alla pari, zietto.
- Un corno, pivella.
Arthur s’era tolto un peso di dosso.
Non aveva mai chiarito natura e tipo di rapporti, che erano intercorsi tra Ingrid e quest’uomo.
Anche nei momenti di intimità era rimasta l’ombra indistinta di quel legame, di cui non sapeva e non aveva saputo chiedere i contorni.
Vergognandosi un po’, si chiese se quel Klaus gli sarebbe stato così maledettamente simpatico, anche se avesse avuto venti anni di meno.
Entrarono nel modulo e Kluas richiuse il portello.
Fece strada, salendo una ripida scala metallica, dotata di un doppio corrimano che, attraverso una botola, immetteva su un ponte superiore.
Il modulo era illuminato da una fioca fosforescenza, che lasciava intravedere gli ambienti circostanti.
Quel ponte, come il precedente, era evidentemente dedicato alle macchine e ai servizi del modulo.
- Chiaramente manteniamo in efficienza solo i ponti dei laboratori e quello dei nostri alloggiamenti – spiegò Klaus.
- Problemi di energia? – chiese Arthur.
- No. Per quello ne abbiamo in abbondanza. Sono gli impianti che richiederebbero un’adeguata manutenzione. E non abbiamo il tempo per occuparcene.
Salirono altri due ponti ed arrivarono in una zona bene illuminata.
- Siamo sul primo livello dei laboratori. Ce ne sono quattro e il professore dovrebbe essere nel terzo.
Arthur si chiese che genere di esperimenti, o di analisi, potessero essere eseguiti con gli apparecchi e sui banchi che letteralmente riempivano l’intero spazio a disposizione.
- Non ne ho la più pallida idea – rispose alla sua domanda Klaus – Io sono un ingegnere. Di genetica e biologia non so praticamente nulla.
- Ma Jhob è un archeologo! – protestò Arthur.
- Ovviamente ha lavorato, con il mio aiuto, a tirare fuori le registrazioni dalle memorie del computer. Non certo ad esperimenti scientifici – gli rispose con indulgenza l’altro.
Salirono altri due ponti.
Quel livello presentava una paratia su cui si apriva una porta.
Dall’esterno era visibile un uomo dai folti capelli chiari scapigliati, intento al lavoro su di uno schermo.
- Professore – disse Kluas – Abbiamo ospiti.
L’uomo si girò, interdetto, ruotando il sedile su cui era seduto.
Aveva un volto ossuto, con un grosso naso adunco e gli occhi erano socchiusi e indagatori.
- Arthur! – gridò, spalancando le braccia e balzando in piedi in tutta la sua imponente statura.
Gli andò incontro abbracciandolo con veemenza.
- Che piacere vederti!
- Anche io sono felice, vecchio mio.
- Dunque hai capito. Ne ero certo. Eri l’unico che avrebbe potuto – poi, notando la presenza di Ingrid – Ma la signorina?
- E’ la mia socia, professore – intervenne Kluas, senza che la cosa venisse chiarita.
Jhob li guardò con interesse, notando le divise nere che indossavano.
- Sarà il caso che mi raccontiate le cose dal principio. Venire.
Salirono di altri due ponti ed arrivando in una zona residenziale, arredata con poltrone ad aria e dotata di un distributore alimentare.
Notando la loro meraviglia Jhob sorrise.
- Klaus è un mago. Ha rimesso pressoché in efficienza questa parte della nave. E credo che il distributore alimentare funzioni meglio ora, di quando è stato installato. Provare per credere.
Mentre gustavano effettivamente un’ottima bevanda, Jhob insistette perché iniziassero loro a raccontare la loro storia.
Ed Arthur lo fece.
Ricostruì per intero quanto gli era capitato da quando aveva ricevuto il misterioso messaggio dell’amico.
Raccontò, senza reticenze, i ragionamenti ed i dubbi che lo aveva guidato.
Ricordò il suo arrivo a Emerald ed il suo impatto con gli insediamenti della Compagnia.
Parlò del suo incontro con la Società dei Naufraghi del Chronos e del suo sconcerto, per quella sorta di rivisitazione misteriosofica, che proprio Jhob aveva introdotto.
E sul punto, questi annuì, sorridendo.
Parlò della sua rocambolesca fuga e dell’incontro con Ingrid.
Parlò del loro viaggio e delle prove che avevano dovuto superare.
Parlò della loro prigionia nelle mani di Gile il Nero, della sua intuizione, della nuova fuga e del loro arrivo lì, al termine del loro viaggio.
Quando ebbe finito, Jhob fece un lungo sospiro.
- Quando ti ho inviato quel messaggio non avevo idea di cacciarti in un simile pasticcio. Se lo avessi anche solo sospettato, credimi, ti avrei lasciato fuori. Non credo che potrai mai perdonarmi per averti strappato dal tuo adorato campus, per farti finire in un simile guaio e, per giunta, a rischio della vita.
- Certo, non credo che potrò mai perdonarti. Ma almeno provaci. Spiegaci che cosa diavolo sta succedendo.
Annuì.
- Avrete tutte le spiegazioni. Ora posso darvele e ne avete ogni diritto.
- Comincia.
- Una cosa alla volta. Prima di tutto avevo bisogno di te e della tua razionalità scientifica, da studioso puro. Non potevo lasciare che il mio coinvolgimento emotivo prendesse il sopravvento.
- Per questo mi mandi il testo di una laminetta funeraria orfica, e un messaggio misteriosofico?
- Non potevo certo scriverti “Ho trovato, in una regione, che mio padre ha chiamato, guarda caso, Aither; su un pianeta, che ha un unico continente che, ancora mio padre, ha chiamato Pangea; continente che gira intorno a una stella che, indovina un po’? mio padre ha chiamato Uraneo; ho trovato, dicevo, in una grotta che, maledetto caso, ha la forma di un uovo; il relitto su cui sono morti i miei genitori e che si chiamava, indovina un po’? Chronos”. Converrai con me come un simile messaggio avrebbe insospettivo qualcuno che conosciamo. Ma ho avuto ragione. Hai alzato le tue nobili terga dalla tua cattedra e sei venuto.
- Va bene, un punto a tuo favore. Ma non hai risposto al perché ti servissero i miei alti uffici.
- A suo tempo. Ma ricorda che anche mio padre era archeologo ed è stato lui a scegliere tutti questi nomi. Per ora ti basti che avevo la necessità di avere qualcuno in grado di capire la portata di quello che avevo scoperto. In modo che potesse renderlo pubblico, nel caso fosse stato impossibile per me. E da come si è evoluta la situazione dopo quel mio messaggio, devo dire che ero stato un facile profeta.
- Io ero l’unico?
- Anche un biologo sarebbe stato buono. Se ne avessi avuto qualcuno sottomano.
- Dovrei ringraziarti per la fiducia?
- Tu sei un testone pantofolaio. Ma sei anche la persona più pulita e onesta che conosca.
Arthur tacque imbarazzato. Ingrid gli strinse la mano.
- Per prima cosa – riprese Jhob – dovete vedere una cosa. Klaus ha rimesso in efficienza un proiettore olografico, qui sopra – indicò il soffitto – nella sala proiezioni della nave. Era predisposto con una registrazione. Ora però riposatevi. Abbiamo cabine e indumenti di ricambio in abbondanza. Ci rivediamo qui dopo, per salire e vedere la proiezione.
Jhob si alzò ed uscì.
Si resero conto di essere effettivamente stanchi.
Solo il giorno prima erano fuggiti da Gile il Nero e avevano raggiunto la grotta. Attraversandola per intero, dopo una notte passata all’addiaccio.
Klaus li condusse a due cabine situate su quello stesso livello e mostrò loro servizi e abiti puliti.
Infine li lasciò soli, baciando sulla fonte Ingrid.
Si lavarono e cambiarono, assaporando quell’isola di normalità.
Centellinarono quelle ore come un distillato prezioso.
Si svegliarono.
Il segnatempo segnava la nona ora.
Supposero del mattino.
Nella sala comune trovarono Klaus che li aspettava.
Fecero colazione insieme.
Klaus raccontò di quegli ultimi anni passati con Ingrid. Col suo pulcino bagnato, come diceva lui.
E con Ingrid che lo lasciava dire.
- Gliel’ho tirata su io, la Green Queen. Un vero gioiellino. Veloce no, ma capace di infilarsi dovunque. Giusta per questa signorina. Sai? – fece ad Arthur – Mettile i comandi tra le mani e diventa un fulmine di dio. Nessuna la batte alla guida. Ed è sempre stata così. Una specie di dote naturale, la sua.
- Me ne sono accorto – rispose sorridendo Arthur – La mia fortuna è stata che con Jhob ci fossi te. Come ha sentito il tuo nome, ha letteralmente preteso di portarmi nell’Aither.
- Certo – disse Ingrid – questo vecchio gufo mi deve dei crediti.
- Quando mai?
- Non ti preoccupare. Prima o poi rifacciamo i nostri conti.
- Sant’iddio. Quanto è brutta l’irriconoscenza!
- Irriconoscenza? Gli affari sono affari, caro mio!
- Avrai il conto per le mie lezioni.
- Si, le chiacchiere di un vecchio rimbecillito.
L’ingresso di Jhob interruppe il duetto.
- Spero che abbiate riposato bene.
- Fai colazione? – gli chiese Arthur.
Scosse la testa.
- Mi sono alzato presto e sono sceso all’elaboratore. Se siete pronti, saliamo al proiettore.
Assentirono e si alzarono.
Jhob li precedette per la scala che saliva al livello superiore.
Klaus chiudeva il gruppo.
Arrivarono in un locale dove erano installati sul pavimento, otto sedili, in due file di quattro.
I sedili erano orientati verso un proiettore olografico, che occupava il lato opposto del locale.
Jhob fece loro segno di sedersi e attese.
Si sedettero.
- Quella che state per vedere è una registrazione di trentuno anni fa. Quando Klaus ha riattivato il proiettore, era inserita nella macchina, pronta per essere proiettata così come la vedrete. Noi l’abbiamo vista per la prima volta solo un mese fa. Cioè quando ti ho scritto, Arthur, te lo ripeto, non ne sapevo niente. Allora non potevo fare altro che ipotesi, su quello che questa registrazione chiarisce, invece, senza alcuna ombra di dubbio. Se avessi saputo, allora, quello che mi ha rivelato questa registrazione, non ti avrei coinvolto in questa faccenda. Perché avrei saputo di mettere concretamente a rischio la tua stessa vita.
Arthur fece un cenno con la testa, ad assicurargli di aver capito.
Jhob, si girò e andò ad azionare il proiettore.
Nella sala la luce si attenuò ed una nebbiolina si generò nello spazio dinanzi a loro, prendendo lentamente forma.
domenica 2 dicembre 2007
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