Nella cabina pressurizzata Arthur sentiva che i campi magnetici antigravitazionali, che tenevano sollevato e orientavano il mezzo, stavano combattendo una battaglia sempre più impari. L’energia impiegata per sollevare la Green Queen aumentava, riducendo sempre più, mano a mano che salivano più in alto, quella necessaria alla sua stabilizzazione. L’aeronave subiva sempre più le crescenti perturbazioni atmosferiche.
- A che quota siamo?
- Quasi settemila.
- Perché non usi gli Hidening?
- Perché ho quasi esaurito l’energia e quel poco che ne rimane può servire dopo.
- Ma li hai usati solo per qualche secondo!
- Un giorno devo spiegarti quanto consumano – mormorò Ingrid, facendo salire la Green Queen in diagonale – Ma ora dobbiamo andare avanti con nostri semplici campi magnetici antigravitazionali, sperando che le perturbazioni della Cruna non ci creino troppi problemi.
D’improvviso sbucarono oltre le nubi, nel verde accecante delle nevi perenni.
L’ininterrotta catena delle montagne si alzava vertiginosa sopra di loro, non più limitata da altro se non da un cielo che sembrava sostenesse.
Non troppo lontano, più in alto rispetto alla loro posizione, una ruga, una lunga ferita, sottile e profonda, segnava il fronte della Dorsale.
- La Cruna! – esclamò Ingrid, puntando diritta la Green Queen in quella direzione.
Giunsero a quello che Arthur percepì come l’estremo limite di capacità di salita del loro mezzo.
Quando si avvicinarono a quella ruga, la Green Queen vibrava e sobbalzava, incapace di contrastare qualunque perturbazione.
All’imboccatura, ebbero il tempo di vedere una piccola sagoma nera correre, veloce, verso di loro.
Arthur non ebbe il tempo di pensare.
- Iuhuuu! – gridò Ingrid e sembrò tenesse i comandi come le redini di un cavallo, mentre spingeva con decisione in avanti la Green Quen.
Arthur era impietrito. La ragazza li aveva infilati in quella che pareva intravedersi come una gola, non più larga di qualche centinaio di metri, in cui impazzava una tempesta della neve sollevata dal vento, che rendeva quasi nulla la visibilità.
E, quasi subito, il dolore e la nausea incombenti, gli rivelarono che il sergente Ficher s’era lanciato alle loro spalle, e ci metteva ostinatamente del suo per ammazzarli.
L’aeronave era sballottata da ogni parte e pareva sul punto di schiantarsi ad ogni istante, mentre il terribile vento che soffiava in direzione contraria, sembrava quasi vincere ogni suo sforzo e tenerla inchiodata a mezz’aria.
Con una fugace occhiata, Arthur verificò che anche il sergente Ficher non se la passava molto meglio e l’alabarda nera sobbalzava e scartava di lato, senza riuscire ad inquadrarli nel collimatore dell’arma.
Ad un tratto sembrò che l’uomo in nero avesse deciso di forzare la situazione.
La sua aeronave parve tuffarsi in avanti, riducendo in un attimo la distanza che li separava.
Ora, era in coda alla Green Queen e, lentamente, la lama del suo muso si stava sollevando contro di loro.
Arthur ebbe la sensazione di scorgere, oltre la superficie trasparente della cabina, il sorriso crudele dell’uomo.
Si preparò al dolore, che non venne.
Proprio in quell’attimo, l’ala dell’alabarda nera aveva toccato una roccia sporgente ed il veicolo era schizzato di lato, rimbalzando come un sasso scagliato veloce.
Poi, dopo un momento di sospensione, era esploso, proiettando fiamme e rottami in ogni direzione.
Non ebbero il tempo di gioire.
D’improvviso, fu come se una folata maligna avesse sorpreso il computer che gestiva quel che restava degli stabilizzatori dell’aeronave e, prima che i sovraccaricati campi magnetici riuscissero a riassestare i reciproci equilibri, la Green Queen si rovesciò repentinamente di fianco.
Arthur ruzzolò senza controllo dal suo sedile ad aria, rovinando su Ingrid e scaraventandola pesantemente contro la fiancata.
L’aeronave, impazzita, urtò pesantemente il suolo per un paio di volte in un grande frastuono e, mentre Ingrid, dolorante al braccio sinistro e con il volto rigato da un rivolo di sangue, tentava di aggrapparsi alla consolle, per raggiungere i comandi, rimbalzò con un clangore sinistro contro la parete di destra della gola.
Il contraccolpo fu terribile.
Arthur intravide Ingrid, quasi perdere la presa, mentre, disperata, tentava di reggersi con la mano destra alla consolle. Poi, la ragazza riuscì a disinserire la propulsione.
Dopo una serie di sobbalzi, che sembravano doverla frantumare da un momento all’altro, l’aeronave si fermò, fortunatamente quasi in assetto.
Solo allora Ingrid si lasciò scivolare sulla schiena, finendo seduta sul pavimento con una smorfia di dolore.
Arthur, incredulo, si scoprì indenne. Per poi rendersi conto d’essersi slacciato le cinture per meglio controllare la corsa del sergente Ficher.
- Mi spiace … -
Fu interrotto dal cenno che col capo Ingrid gli rivolgeva, indicando qualcosa in alto.
Ancora intontito, in un primo momento non comprese.
Poi, guardando in alto, sopra la testa di Ingrid, vide, sul soffitto sferico, la trasparenza segnarsi di merletti di traslucide fluorescenze che si andavano lentamente ramificando.
E quindi udì, frammisto al mutevole grido del vento, il sommesso, ma tagliente suono di un sibilo.
- Il gel … - mormorò in un filo di voce Ingrid – Là … nella cambusa … presto – e la frase le si spense in un violento colpo di tosse.
Finalmente comprese.
La cosa più faticosa fu scrollarsi di dosso il ghiaccio della paura.
Poi, tirò, quasi forzò lo scomparto della cambusa e, affannosamente, individuò la bomboletta.
Traballando raggiunse Ingrid e spruzzò. Spruzzò e poi spruzzò ancora.
- E’ fatta.
La voce della ragazza, ridotta ad un sottile sussurro, finalmente penetrò la sua frenesia.
Rimase per un attimo imbambolato, lasciando che il senso di quelle parole lo raggiungesse.
Si lasciò allora cadere, ansimante, accanto ad Ingrid.
Passarono alcuni minuti fatti di nulla.
- Devi portarci fuori – sussurrò Ingrid.
- Io?! – protestò.
- Non posso farcela – replicò Ingrid – Devo avere il braccio e un paio di costole spezzate. Se non ci tiri fuori siamo spacciati.
Arthur chiuse gli occhi e inspirò profondamente.
- Che devo fare?
- Vai alla consolle.
Arthur si alzò pesantemente e si lasciò cadere sul sedile del pilota.
- Aziona il quadro in alto a sinistra.
- Fatto.
Una serie di segmenti radiali comparvero in una piccola spia olografica.
- Bene. Almeno i campi funzionano ancora – sospirò Ingrid e dopo aggiunse – Il computer di volo è andato. Dovrai navigare manualmente e a vista.
- Ma non sono in grado in queste condizioni!
- In queste condizioni nessuno sarebbe in grado, con la propulsione Hidening – replicò la ragazza.
- Hidening?
- Aiutami a sedermi sul sedile. Credo che qui, a terra, non potrei mai farcela.
Arthur l’aiutò, ma ad ogni movimento la ragazza aveva una smorfia di dolore.
Come fu seduta sul sedile che aveva sino ad allora occupato Arthur, respirò profondamente ad occhi chiusi per lungi attimi.
Poi.
- Afferra la barra e tienila ferma. Non la mollare, qualunque cosa succeda. Se siamo fortunati, schizzeremo fuori da questo buco.
Arthur afferrò la barra con entrambe le mani.
- Se hai qualcuno a cui farlo, prega.
Con uno sforzo che le procurò un grande dolore, Ingrid si torse fino a raggiungere con la mano la leva dei propulsori Hidening. Poi, sibilando a denti stretti:
- Ci vediamo all’inferno, raimbowed!
L’abbassò.
La Green Queen mandò un lamento sinistro e parve impuntarsi verso il suolo.
Arthur strinse ancor più spasmodicamente le sue mani sudate sulla barra.
Poi, con una lentezza quasi irreale, la Green Queen si sollevò per poi schizzare in avanti, in una sorta di nulla verde.
Durò pochi secondi, ma furono sufficienti.
Arthur si trovò a pensare alla possibilità che quella gola non fosse, da lì all’uscita, rettilinea.
Che l’aeronave non fosse orientata come doveva.
E ricordò, in seguito, d’aver pensato chiaramente che, comunque, non se ne sarebbe accorto. C
he la morte sarebbe arrivata in un lampo.
E invece, d’un tratto, furono fuori dalla Cruna.
La Green Queen saettò nel vuoto limpido e per confine solamente il cielo.
I propulsori Hidening cessarono di colpo la loro spinta e l’aeronave parve veleggiare per un lungo tratto, proseguendo la sua corsa in linea retta.
Poi, cominciò a perdere quota con un’accelerazione progressiva.
Stava precipitando.
Arthur gettò uno sguardo allarmato verso Ingrid, ma la ragazza era svenuta.
Fece appello a tutte le sue forze per evitare il panico.
E cercò nella mente le operazioni che da giorni aveva visto ripetere alla ragazza.
C’erano delle sequenze consuete, che Ingrid ripeteva, per far salire o scendere di quota l’aeronave.
Quello doveva essere il regolatore che dosava la distribuzione dei campi magnetici antigravitazionali, si disse.
E tentò di agire sui comandi.
Ottenne un brusco rallentamento della caduta.
Agì con più delicatezza, fino ad ottenere un assetto accettabile.
Per il momento erano salvi.
L’aeronave era scesa sotto una nera coltre di nubi.
Nevicava ed Uraneo, invisibile, si avviava al tramonto di là, oltre la Dorsale.
E lui teneva ancora le braccia irragionevolmente irrigidite sulla barra, sorvolando catene impervie di montagne, dove si aprivano gole e crepacci profondi chilometri.
Doveva trovare un punto dove atterrare. Ingrid aveva bisogno di cure.
Doveva trovarlo in fretta e doveva trovarlo buono.
Perché era lui alla guida.
Lui, col suo vezzo di non pilotare nulla di più complesso e più impegnativo delle jeep a cuscino d’aria, buone, giusto, per scorazzare pigramente per i prati del campus.
Lui, che nelle spedizioni andine si faceva accudire e coccolare, forte della sua proverbiale inettitudine a qualunque azione pratica, che comportasse l’uso del più stupido degli strumenti, che fosse più complesso di un distributore alimentare.
Che ci faceva, lui, lì, in quel mondo assurdo, quando avrebbe dovuto starsene in pantofole, di fronte al vero camino del suo studio, a leggere il suo libro preferito, sorseggiando un vero whisky della Terra?
Com’era potuto essere stato così pazzo e sconsiderato da finire in un simile incubo, dove non passava giorno che qualcuno non tentasse di ucciderlo?
Come aveva potuto trascinare quella giovane donna nella sua follia?
Ed ora era lì, al suo fianco, ferita, forse gravemente.
E la sua salvezza era legata alla sua inettitudine.
No, non sarebbe stato così. Lui l’avrebbe salvata. Avrebbe salvato quella meravigliosa donna.
domenica 2 dicembre 2007
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