Fu nel pomeriggio che Ingrid si procurò l’occasione.
Quando decisero di fare una pausa e di prendere una boccata d’aria fuori dal cargo.
Si incamminavano, come al solito, lungo il corridoio, quando Ingrid disse, dovendo utilizzare i servizi, di dover passare per il suo alloggio.
I due uomini in nero non trovarono nulla da dire ed il gruppetto deviò dal suo percorso, dirigendosi verso la cella di Ingrid.
Di fronte alla cabina, il primo dei guardiani attivò il piccolo quadro comandi ed aprì la porta, mentre l’altro uomo era restato dietro Ingrid e Arthur.
- Ora – sussurrò Ingrid.
E piroettò su se stessa, sulla punta del piede destro, andando a colpire, con l’altro piede, il basso ventre dell’uomo in retroguardia.
Arthur si lanciò sul primo uomo che, sorpreso, non aveva avuto la prontezza di spirito di sollevare lo storditore, che teneva penzoloni lungo il fianco sinistro.
Con tutto il suo peso lo spinse violentemente contro la parete.
Con la mano sinistra cercò di bloccare il polso dell’uomo, in modo che non potesse utilizzare lo storditore. Mentre con la destra lo aveva afferrato per i capelli e cercava di battergli la testa contro la superficie metallica.
L’uomo era più forte, ed addestrato. Superata la sorpresa, stava passando al contrattacco.
Con un colpo di reni, aiutandosi con il braccio destro contro la parete, si buttò all’indietro.
Arthur, sbilanciato, fu proiettato all’indietro ed andò ad urtare, con la schiena, la parete opposta.
L’uomo, con un solo movimento, s’era girato, sollevando allo stesso tempo lo storditore.
Ora lo fronteggiava. Il volto era una maschera di pietra, impassibile.
Arthur strinse i denti, attendendo il dolore.
Il volto dell’uomo ebbe come un moto di sorpresa, gli occhi si spalancarono e le labbra si socchiusero. Poi, senza un gemito, crollò sul pavimento.
Di fianco Ingrid ansimava, lo storditore ancora puntato.
La ragazza s’era sbarazzata rapidamente dell’altro uomo, colpendolo con la stessa arma che gli era caduta dalle mani. Poi s’era girata, appena in tempo per intervenire, prima che Arthur fosse colpito.
- Presto – disse – Portiamoli dentro.
Rapidamente trascinarono i corpi dei due nella cabina.
- Aiutami – disse Ingrid mentre, in ginocchio accanto ad uno dei due uomini, stava iniziando a spogliarlo.
Arthur comprese, e si mise all’opera sull’altro uomo.
Si cambiarono con gli abiti degli uomini in nero.
Arthur aveva grosso modo la corporatura di uno dei due, mentre Ingrid era decisamente più minuta. Non avrebbe superato un esame appena attento. Ma non avevano alternative. Potevano solo sperare di non incontrare nessuno sulla loro strada.
Richiusero la porta e Ingrid colpì con la parte metallica dello storditore la pulsantiera, che emise qualche scintilla. Dopo di che richiuse lo sportellino che copriva il quadro comando della porta, in modo che chi fosse passato per quel corridoio non potesse notare nulla di anormale.
- Dovrebbero restare inoffensivi per un altro quarto d’ora – disse Ingrid, ma non è il caso di aspettare.
Si diressero vero il portello di uscita.
Non incontrarono nessuno.
L’uomo di servizio al portello era a gambe larghe, con lo storditore tenuto dietro la schiena, in basso, impugnato con entrambe le mani.
Aveva lo sguardo fisso dinanzi a se, verso l’esterno.
- Vai – bisbigliò Ingrid – non può riconoscerti.
Arthur si fece forza e, con la fronte imperlata di sudore, si diresse con passo deciso, ma tranquillo, verso il portello.
L’uomo gli gettò un’occhiata distratta. Probabilmente registrò solo una divisa nera.
Arthur lo colpì con lo storditore e fu pronto a raccogliere il corpo dell’uomo, mentre crollava senza emettere un suono.
Ingrid era già al suo fianco e gettava uno sguardo attento all’esterno.
Tutto sembrava tranquillo.
Si ricomposero e, con la massima naturalezza che fu loro possibile assumere, scesero sull’erba piccola e grassa.
Cercando di mantenere un passo calmo, presero a dirigersi verso la coda del cargo, in modo da poter raggiungere l’hangar.
A distanza, vedevano uno degli uomini di guardia quasi a ridosso della parete del pozzo. Non sembrava interessarsi a loro.
Stavano aggirando la nave, quando una voce li gelò.
- Ehi, voi due!
Finsero di non aver sentito.
- Alt!
Cominciarono a correre verso l’hangar ormai vicino.
Arthur gettò uno sguardo alle loro spalle.
Un uomo in nero stava correndo verso di loro, mentre un altro parlava in un comunicatore.
Ma ormai erano all’hangar.
Proprio mentre giungevano al grande portello, un uomo in tuta nera si stava affacciando con un’aria curiosa.
Ingrid lo fulminò con un colpo di storditore, senza lasciargli la possibilità di soddisfare la sua curiosità.
Il caccia nero era lì, pronto, con la prua puntata verso l’esterno, la calotta dell’abitacolo aperta.
- Sali, presto! – ordinò Ingrid
S’arrampicò come meglio poté, e quando raggiunse l’abitacolo, Ingrid, salita dall’altra parte, era già seduta ai comandi.
- Infilati e abbassati – gli ordinò.
Cercò di farsi piccolo e si piegò dietro lo schienale del sedile di Ingrid.
Mentre la calotta si abbassava sull’abitacolo, anche il portello dell’hangar prese a chiudersi.
Dalla plancia della nave stavano prendendo le loro contromisure.
- Maledizione - imprecò Ingrid e azionò i comandi.
Il caccia si sollevò appena e poi sfrecciò verso quello squarcio di luce, che s’andava rapidamente rimpicciolendo.
Passarono, per un nulla, ma passarono.
Ma non era finita.
La parete di pietra del pozzo gli s’avventò contro come un muro fatale.
Ingrid sembrò quasi tirare fisicamente in su la prua del caccia, che s’impennò con una stretta curva, puntando verso il cielo.
Sfiorarono la roccia, ma finalmente furono fuori dal pozzo.
- Professor Temple – la voce del capitano Gile era terribilmente calma – La facevo più intelligente. Dove crede di poter andare? Prima o poi avrò il piacere di riaverla mia ospite. Ne sia certo.
Ingrid stava compiendo una larga virata.
- E non si illuda che i suoi amici possano farla ripartire alla chetichella da Emerald. Ho già dato due giorni fa disposizione che lo spazioporto sia sigillato. Neanche uno spillo passa senza il controllo della Sicurezza.
Ingrid aveva puntato il caccia in direzione del cargo.
- Faccia pure il greenfree, professore, fino a che le riesce.
Ingrid fece quasi immobilizzare il caccia, con la prua acuminata rivolta verso la nave posata sul fondo della depressione. Premette un comando e lo tenne azionato, mentre lentamente, dinanzi a loro, scorreva tutto il corpo del cargo.
Quando un uomo in nero, che correva verso la coda della nave, fu inquadrato dalla prua del caccia, quasi balzò in aria, contorcendosi in un singulto, e ricadde scompostamente a terra, immobile.
- Paralizzatore al venticinque per cento di potenza – spiegò quando ebbe finito – Ne avranno per almeno un’ora. Quell’uomo all’esterno impiegherà almeno un paio di giorni per riprendersi … Non potevo fare diversamente. Avevamo bisogno di un po’ di vantaggio per sparire.
- Non ho detto niente – rispose Arthur.
Ingrid prese quota.
- Allora, hai questa mezza idea?
- A venti chilometri da qui, sulla costa, verso sud.
- Bene – disse Ingrid, lanciandogli uno sguardo interrogativo.
- Spero che l’intuito non mi abbia tradito.
- A questo punto non farebbe differenza – commentò Ingrid scrollando le spalle.
Puntò il caccia verso sud, in direzione della costa.
In pochi minuti arrivarono a destinazione.
- Ecco – disse Arthur – quel promontorio – e lo indicò.
Ingrid virò verso l’interno.
- Che fai? – le chiese Arthur.
- Non vorrai che parcheggi il caccia proprio qui. O pensi che non vengano a cercarci?
Fece fare un largo e lento giro al caccia. Poi lo fece discendere sulla cima di una specie di collinetta distante, forse, qualcosa più di un chilometro dal promontorio.
Fece sollevare la calotta dell’abitacolo.
- Scendi e allontanati.
Arthur non discusse e, in qualche modo, si tirò fuori e scese sul terreno, su cui affioravano venature di roccia.
Gettò uno sguardo verso Ingrid, che con un gesto lo esortò ad allontanarsi.
Fece alcuni passi, fino a raggiungere il punto dove la pendenza del terreno s’accentuava verso il basso e si voltò.
Vide che il caccia iniziava a muoversi prendendo lentamente quota, mentre la calotta scendeva a richiudere l’abitacolo.
Dietro la coda del caccia che s’allontanava, vide Ingrid che si rialzava da terra, massaggiandosi un fianco. Era saltata giù, dopo aver fatto ripartire il caccia.
S’avvicinarono tra loro e rimasero a guardare quell’alabarda nera, che s’allontanava verso sud, prendendo lentamente quota.
- Dovrebbe andare avanti almeno un paio d’ore – disse Ingrid – Speriamo che si schianti con un bel botto. In modo che non possano capire che è vuoto.
- Non avremmo potuto nasconderlo?
Ingrid scosse la testa.
- Quei caccia hanno un segnalatore di posizione. Ce li avrebbe portati addosso in un batter d’occhio.
- Allora sarà il caso che ci togliamo di mezzo.
- Abbiamo tempo. Non impiegheremo più di una mezz’ora. E i nostri amici, per allora, non si saranno ancora neanche ripresi. Piuttosto cosa hai visto in quel promontorio?
- Non hai notato nulla?
Ingrid scosse la testa.
- Dall’alto, sull’oceano, sembra il bordo di un guscio d’uovo rotto.
- Nei sei certo?
- Spero.
- L’unica cosa che ci resta da fare è verificarlo. Andiamo.
E si avviarono, giù, per il crinale della collina.
- Ma cosa hai raccontato a Gile? Sono giorni che me lo domando.
Camminando verso il promontorio, Arthur le raccontò dei suoi incontri con il capitano, senza tralasciare alcun particolare.
Ingrid scuoteva la testa e commentava con qualche battuta.
- Mi devo ricordare di queste cose, quando ti vedo con quella tua faccia da persona perbene - disse infine, con aria minacciosa.
- Ecco quello che si ottiene a preoccuparsi per una donna.
- Ah, certo. Ora la colpa è la mia, se sei un bugiardo matricolato.
- Figurati. Mai dovessi tornare a New Yale, credo che potrei richiedere una nuova cattedra, vista la mia nuova e sperimentata qualificazione.
- Più che New Yale, credo che sarebbero altri, gli istituti desiderosi di offrirti, se non un a cattedra, sicuramente un posto. Dietro le loro sbarre.
- Incompreso. Sono un incompreso.
Lei si fermò, gli si parò davanti e lo baciò.
Erano arrivati al promontorio.
In breve lo risalirono sino a portarsi in prossimità delle rocce nude, che s’alzavano, confondendosi qua e la con la scogliera.
Cercarono un varco, un punto per arrampicarsi su di esse.
Lo trovarono quasi all’estremo limite.
Una sorta di scala naturale, fatta di rientranze e appigli, conduceva fin sulla cima, ad una decina di metri più in alto.
S’arrampicarono con estrema attenzione. La roccia era resa viscida dall’umidità.
Quando, finalmente, arrivarono in cima, scrutarono all’interno.
Una voragine nera e senza fondo s’apriva dinanzi a loro.
domenica 2 dicembre 2007
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